Intendeva sicuramente dire qualcosa di costruttivo, Gianluca Petrachi, uno che il Toro del terzo millennio (cioè il Torino Fc di Cairo) lo ha già frequentato a sufficienza, uscendone e rientrandovi con qualche cicatrice in più sulla sua scorza di uomo tosto e dirigente ormai navigato. Senonché, proprio per questa esperienza pregressa integrata alla realtà attuale, avrebbe potuto dirlo meglio, ecco. Sostiene di avere (ri)trovato “un ambiente depresso, non sano, molto disfattista”. In qualche modo è vero, ma Petrachi non può non sapere – infatti lo sa – che tale deprimente quadro non è dovuto a qualche paturnia della piazza, né al pessimismo cosmico che incrina i cuori granata da Superga in avanti. Lo sa, eccome; solo che non può dirlo, pena l’avventurarsi sul piano inclinato e scivoloso della suscettibilità presidenziale. Sa ma non può dire, cioè, che la causa di tutto ciò è Cairo e Cairo soltanto. Anche laddove non sia specificamente colpa sua – vedi la straziante gestione tecnica di Baroni – grava comunque la sua responsabilità di ogni scelta, ogni decisione, ogni politica societaria, ivi comprese quelle (quasi tutte) dalle conseguenze mefitiche per il cosiddetto “ambiente”, quello che spesso è sinonimo di alibi (pure per i giocatori), di paravento, di scaricabarile; fastidioso acufene (cit.). Significativo il successivo distinguo: “Anche nel 2010 giunsi in un momento difficilissimo, ma la contestazione era figlia di risultati sportivi che non arrivavano. Oggi c’è un malessere più profondo, sinceramente difficile da vivere”. Preciso, qui. I tifosi del Toro hanno contestato altri presidenti e dirigenti prima di Cairo, anche in maniera più feroce, ma sempre per i riflessi esiziali sulla squadra di certe azioni scellerate o semplicemente sbagliate.
"Abbiamo bisogno della Maratona"
Mai, però, avevano disconosciuto in maniera tanto palese, plateale, insofferente, distaccata, forzatamente anaffettiva, ormai plebiscitaria, la loro società di calcio. Quella che un tempo nessuno poteva permettersi di toccare, figurarsi di dileggiarla come adesso gli stessi innamorati del Toro fanno; con un sarcasmo triste, amaro. “Ce la sto mettendo tutta: bisogna affrontare la situazione con coraggio, provare a cambiare questo malpensiero. Sto cercando di infondere quel tremendismo, quell’idea del senso di appartenenza che ho conosciuto, ora che non abbiamo più totalmente il supporto della gente, della Maratona”. Era abituato alla rabbia, quella degli amanti traditi e dunque inferociti, Petrachi; adesso ha trovato fastidio, insofferenza, indifferenza, sconforto, disperazione. Nessuno ci crede più, finché rimarrà Cairo. A parte, forse, proprio Petrachi. Questo, probabilmente, intendeva dire lui. Solo che, appunto, sarebbe stato meglio evitare un paio di aggettivi equivoci, non centrando esattamente il bersaglio e la ragione della negatività. I tifosi, in fondo, sono ancora la parte più sana del calcio. Se non altro perché agiscono, magari sbagliando, per amore; non per interesse. Loro.
