Il primo passo fu la scelta dell’allenatore, per sostituire uno stanco e demotivato Edmondo Fabbri, giunto abbastanza mestamente al termine della sua seconda esperienza in granata. A maggio, mio padre individuò il candidato ideale nel quarantenne Luigi Radice, reduce da un buon campionato a Cagliari (subentrato alla decima giornata a Chiappella, con la squadra penultima).
L'arrivo di Radice
Con l’aiuto di Romeo Anconetani, suo storico mediatore di fiducia e figura leggendaria, di grande carisma e dalle mille sfaccettature, lo contattò telefonicamente (gli lascio ancora la parola): «Il saluto, dopo i convenevoli, si trasforma ovviamente nella domanda: “Stiamo decidendo sull’allenatore, in tal caso le interesserebbe?”. Gli interessa, e tanto, ma è in partenza per Roma, destinazione Lazio, e non può (non ne è neppure capace) prendere tempo e quindi la conclusione è solo una: se non vogliamo perdere l’occasione dobbiamo prenderci un impegno reciproco, salvo accordo economico (che Gigi affiderà sistematicamente al cognato). In pratica rischio sulla mia pelle, ma con una certa incoscienza gli garantisco che “può considerarsi l’allenatore del Toro”. L’allenatore in pectore si fida ed è ben lieto di accettare, considerata una certa credibilità della controparte, ma adesso bisogna completare il percorso e quindi mi precipito a Torino per riferire al presidente, che è ancora all’oscuro di tutto, esponendo due alternative che ho, scelte ad hoc per far sì che siano escluse in partenza, come dovrebbe essere, trattandosi di Scopigno e Herrera. Nessun altro? “Sì, ci sarebbe Radice, ma si tratta di uno che sembra destinato alla Lazio, peccato perché è uno che pretenderebbe molto dai giocatori, un capo vero alle cui regole bisogna adeguarsi, piaccia o no”. Per Pianelli, che ha sempre predicato serietà e intransigenza, l’identikit di Radice è quello dell’allenatore ideale e quindi mi incarica di contattarlo per averne la disponibilità, cosa che faccio con tanto piacere e sollievo, invitando Gigi a raggiungermi a metà strada in casa di amici a Romagnano, per un’intera giornata di full immersion granata, tanto per avere reciprocamente le idee chiare sulla futura collaborazione (che sarà a 360 gradi) e fissare le linee guida del contratto economico, la cui definizione rimarrà di competenza del presidente, come succederà nei giorni successivi.» Anche se fu una scelta forzatamente repentina, quasi istintiva e professionalmente rischiosa (che avrebbe potuto costringere mio padre, per motivi morali nei confronti di Gigi, a presentare le dimissioni, nel caso non fosse stata avallata da Pianelli), fu fondamentale per ottenere la vittoria finale.
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'Il Martello'
“Il Martello” (come fu subito soprannominato dalla squadra) fu decisivo sotto tanti aspetti: nell’amalgamare i molti volti nuovi, nel consigliare l’acquisto di Patrizio Sala (esordiente in Serie A che disputerà, con i soli Pulici e Salvadori, tutte le 30 partite), nell’introdurre e imporre una preparazione precampionato e allenamenti quotidiani molto impegnativi e innovativi, nell’assorbire e trasferire sul campo i dettami dello spettacolare gioco olandese caratterizzato da pressing e fuorigioco (la partita veniva anche preparata scegliendo di lasciare privo di marcatura in fase di impostazione il calciatore della squadra avversaria ritenuto più scarso tecnicamente, per poter già asfissiare gli altri nove in attesa del suo rilancio), nell’individuare il giusto ruolo a Salvadori e Claudio Sala. Una squadra offensiva (con un meraviglioso tridente di attacco), di ottime capacità tecniche anche a centrocampo, di grande personalità, dedita allo spettacolo, molto diversa dal Toro “tremendista” di sangue e grinta e sudore al quale i tifosi erano abituati (e anche in fondo affezionati). Una squadra che progressivamente iniziò a incutere timore agli avversari, ma nel contempo molto corretta. Una volta era prevista la Coppa Disciplina, che premiava le squadre più virtuose anche e soprattutto sul campo: sempre il mitico Almanacco Panini mi viene in aiuto a ricordarmi che nel ‘75/’76 il Torino arrivò al primo posto davanti a Lazio e Cagliari (e la Juventus addirittura tredicesima).
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1975: un mercato di (ambizioso) rinnovamento
Una volta scelto l’allenatore, la formazione prima del mercato estivo comprendeva quindi Castellini, X, Salvadori, X, Mozzini, Santin (come libero), Claudio Sala, X, Graziani, Zaccarelli e Pulici, oltre a Lombardo, Roccotelli e Pallavicini. A fine campionato aveva deciso di terminare la sua lunga e splendida carriera, un’autentica leggenda come Giorgio Ferrini, che sarebbe subito passato, purtroppo per un solo anno, a fare il secondo di Radice (e di certo il suo aver vissuto comunque all’interno dello spogliatoio la vittoria dello scudetto non può ridurre il grande dolore nel ricordare come fosse appena 37enne quando morì), mentre altri tre calciatori molto rappresentativi e dalla storica militanza granata (ma tutti con più di 31/32 anni) furono ceduti: Aldo Agroppi, Angelo Cereser ed Emiliano Mascetti.
L’acquisto più importante e oneroso fu ovviamente quello di Eraldo Pecci, appena ventenne, acquistato per 700/800 milioni di lire - sforando il budget previsto, ma fu uno sforamento che rese molto bene… - dal Bologna (la società rossoblù poco prima aveva già venduto con grande clamore mediatico per ben due miliardi Beppe Savoldi al Napoli), mentre del coetaneo Patrizio Sala (dal Monza, che militava in Serie C) abbiamo già accennato. Entrambi erano sotto servizio militare, particolare in quegli anni abbastanza penalizzante, perché solitamente i giocatori non erano a disposizione del club dal lunedì al mercoledì: in questo caso la loro professionalità fece in modo che non risultò mai un grosso handicap.
L'arrivo di Caporale e altri giovani
Arrivò anche, sempre dal Bologna e in uno scambio con Cereser, Vittorio Caporale: non giovanissimo perché 28enne, ma un acquisto non così casuale come a volte si ritiene, per prima cosa perché asseverato da Edmondo Fabbri e poi perché era stato in stagione poco utilizzato soltanto a causa di qualche dissidio con Pesaola, ma il suo valore – magari un po’ penalizzato dall’aspetto un po’ particolare per i tempi – era noto. Non partì titolare, ma già dalla seconda giornata conquistò il “suo” posto da libero, non abbandonandolo più, e Santin di conseguenza fu spostato in marcatura. Oltre a Romano Cazzaniga che, sebbene abituato a essere titolare (al Monza, alla Reggina e in ultimo al Taranto), ma ben conosciuto da Radice e Castellini, si adeguò perfettamente al ruolo di dodicesimo, arrivarono infine altri tre giovani. A parte Roberto Bacchin (dal Rimini, una sola stagione al Toro, ma una decina di minuti in casa contro il Cagliari che gli valsero l’esordio in Serie A e una presenza nella hall of fame dei vincitori dello scudetto), furono comunque significativi gli investimenti necessari ad acquistare due promesse della difesa e dell’attacco, reduci da ottimi campionati: Fabrizio Gorin (1954-2002) dal Vicenza e Salvatore Garritano (1955-2025) dalla Ternana. Due ragazzi davvero interessanti che ebbero nel calcio, ma purtroppo anche nella vita, meno fortuna di quella attesa e meritata. E per infine ribadire, al termine di questa disamina, l’assoluta qualità anche del vivaio, sempre in quel mercato furono trasferiti in entrata e uscita due nomi che d iventeranno poi ben conosciuti come Claudio Garella e Paolo Beruatto, mentre la stagione successiva il Torino vinse il campionato Primavera con in squadra un certo Beppe Dossena.
Quello che sarebbe potuto essere
Alla fine rimane non solo la nostalgia dell’immensa gioia, magari un po’ incredula, che seguì quel trionfo di mezzo secolo fa e che i vecchi tifosi granata sicuramente ricordano (dalla foto iconica di Pupi che segna di testa con gli occhi aperti, incurante del piede di Danova a pochi centimetri dal suo volto, all’inedita e ben riuscita non invasione di campo finale. Poi i paracadutisti e le interviste a caldo con invece un Radice “a freddo”, la spontanea e immensa fiaccolata popolare per raggiungere Superga il giorno dopo, la festa al Palazzo del Lavoro con 1.500 persone), ma anche un po’ di amarezza. Quella squadra (anche non considerando Antognoni) poté poi essere implementata soltanto un’ultima volta, con l’oneroso acquisto di un ultimo top player: il 24enne Luigi Danova, che completò un gruppo già quasi perfetto e negli anni risultò una pedina fondamentale con 244 presenze. Ed è noto come il rimpianto sia soprattutto sintetizzato nel famoso “campionato dei 50 punti”, dove il Toro arrivò secondo a un punto solo da una Juventus di grandi qualità (rinforzata dall’arrivo di un giovane Trapattoni al posto di Parola e da Benetti, Boninsegna e un esordiente Cabrini), ma unico caso nel quale la squadra che aveva segnato più reti e subite meno (rispettivamente 51 e 14) non abbia alla fine vinto il titolo italiano. Se nell’anno dello scudetto, al rendimento da record al Comunale (16 vittorie e un pareggio su 17 partite!) ne corrispose uno abbastanza ordinario in trasferta (3 vittorie, 8 pareggi e 3 sconfitte), nel ‘76/’77 il Toro assimilò pienamente i meccanismi proposti (o forse imposti, visto il carisma…) dal “Martello” e a risultati quasi analoghi in casa (anche se il “quasi” fu un pareggio in più: il derby, decisivo però per l’assegnazione del titolo) corrispose un miglioramento importante fuori casa con 8 vittorie (derby di andata compreso), 6 pareggi e 1 sola sconfitta ed esibendo un gioco sempre più spettacolare. E peraltro proprio la prima, larga vittoria in trasferta a Bologna fu un’altra sliding door del mancato secondo trionfo, per il grave infortunio subito da Eraldo Pecci, che privò i granata per otto giornate di campionato e per le due storiche sfide con il Borussia Mönchengladbach del faro del centrocampo.
Gli anni successivi
La mancata vittoria del derby di ritorno di cui sopra invece fu un punto di svolta non solo sportivo, ma anche societario. Lascio la parola a mio padre, un’ultima volta: «In una di quelle riunioni che servono anche a diluire la tensione per Torino-Juventus in calendario domenica 3 aprile 1977, gara decisiva per lo scudetto essendo evidente che la squadra che riuscisse ad assicurarsi il derby, a sette giornate dalla fine, sarebbe destinata ad aggiudicarsi il campionato ‘76/’77, ottengo da Traversa (molto più importante in società di quanto non si pensi) l’impegno di convincere il proprio socio a cedere le quote del Torino Calcio, anche per garantire un recupero sostanzioso dei capitali investiti (non decisivi ma preziosi, nello stato di difficoltà dell’azienda di Cascine Vica, per evitare il collasso che si manifesterà a breve con le note conseguenze). Non vinciamo, finisce 1 a 1 al termine di una gara ad alto livello, affrontata da entrambi come uno spareggio, con la Juve passata in vantaggio e immediatamente raggiunta da una rete di Pulici. Andiamo quindi avanti con una gestione che si conferma peggio del previsto, diventando fonte di problemi giornalieri. Di cedere la società, non si parla più e quindi faccio uso delle relazioni scritte, in particolare con tre lettere datate 2 aprile 1978, 18 luglio 1978 e 8 febbraio 1979, nelle quali ritorno a preannunciare il disastro e le decisioni che dobbiamo assumere d’urgenza, avendo in alternativa l’eventualità di ricorrere a una campagna trasferimenti in attivo, come abbiamo sempre fatto nel passato (escluso il 1975, l’anno dello sforamento per l’acquisto di Pecci), in questo caso aprendo il mercato alle cessioni dei grandi nomi, al termine di un campionato nel quale riusciamo a confermarci al secondo posto alla pari con il Vicenza, ma a debita distanza dalla Juve, un risultato che ci viene clamorosamente contestato dai tifosi.»
Una squadra quasi perfetta
Quella squadra era davvero quasi perfetta, era giovane, di enormi potenzialità e con le disponibilità finanziarie di un Sergio Rossi (ben maggiori purtroppo rispetto a quelle di Pianelli) si sarebbe potuto davvero creare un ciclo, non paragonabile magari a quello del Grande Torino, ma tale da rendere meno focalizzato e preciso il ricordo di quella singola e comunque straordinaria impresa. Pazienza, mi accontento di averne assaporato da privilegiato adolescente il profumo ancora oggi inebriante, di aver conosciuto dei calciatori di straordinarie qualità non solo tecniche, ma umane, di aver selvaggiamente goduto per ogni singolo gol di Pulici e soprattutto di aver avuto un padre il cui cuore e la cui intelligenza hanno contribuito a scrivere una piccola, grande pagina di storia sportiva.
