TORINO - Partiamo da un dato di fatto. L’Operazione Torino non può fare a meno del business dello stadio, “conditio sine qua non” per il mercato internazionale. I fondi di investimento esteri, le holding attive nel settore dello sport e le multinazionali straniere interessate ad agire nel mondo del calcio hanno un filo rosso in comune, a grandi livelli (relativamente, cioè, alle società calcistiche di estrazione media, medio-alta o decisamente alta nei migliori campionati europei). E quel filo rosso è per l’appunto l’accoppiata società di calcio e stadio di proprietà. Anche per il Torino non si scappa da questo scenario: non sarebbe realistico, infatti, immaginare che un fondo di investimento statunitense (dunque privo per forza di cose di un trasporto passionale come potrebbe essere quello di un vero “presidente-tifoso”, tanto per capirci) possa essere interessato al Torino (club che oltretutto sta di nuovo producendo passivi a bilancio) soltanto per afflati sentimentali o per motivazioni storico-sociali. L’investimento non avrebbe senso, nel mercato dei fondi Usa e delle holding internazionali attive nel mondo dello sport, senza la possibilità di acquistare anche lo stadio e di sviluppare il business dell’impiantistica sportiva.
Impianti strategici
Il processo che ha preso negli ultimi mesi la questione stadio a Torino rappresenta e rappresenterà sempre più uno dei motori che potranno accendere, sviluppare e illuminare un reale interesse internazionale per l’acquisizione del club granata. Non deve stupire, allora, che proprio adesso, dopo le ultime intese tra il Torino e il Comune, siano venute a galla anche le prime manifestazioni d’interesse per il club di Cairo: terreno fertile, a gioco lungo, per qualsiasi candidato acquirente della società granata e dello stadio Olimpico Grande Torino, che il Municipio intende vendere (nel 2025 il sindaco Stefano Lo Russo era riuscito a togliere le ipoteche che gravavano da 20 anni: il primo Everest “appiattito” dal primo cittadino e dalla sua Giunta).
Ad aprile, il Torino aveva formalizzato alla Città una manifestazione di interesse preliminare finalizzata alla successiva presentazione di una proposta di partenariato pubblico/privato, «mediante finanza di progetto», relativa allo sviluppo strategico degli impianti sportivi dello stadio e del Robaldo. «L’amministrazione comunale, in coerenza con la normativa in materia», si era resa «disponibile alla valutazione della proposta che il Torino presenterà», aveva comunicato con fiducia il sindaco Lo Russo: «Dopo il nostro interessamento che ha portato a liberare lo stadio da un’ipoteca ventennale, registriamo con soddisfazione una disponibilità che rappresenta un ulteriore passo avanti per la riqualificazione dell’impianto, all’interno di un più ampio progetto per una cittadella granata dello sport (stadio Olimpico più Filadelfia più Robaldo, ndr). La Città resta in attesa della proposta di partenariato, auspicando che possa essere strategica per la valorizzazione di luoghi davvero importanti per il calcio e per la città». Il club granata aveva anche annunciato di aver siglato con «il Politecnico di Torino un protocollo d’intesa finalizzato alla redazione di un progetto per la valorizzazione dello stadio e del Robaldo». Ciò, «per elaborare una proposta di partenariato pubblico/privato da presentare alla Città per riqualificare i due impianti sportivi e, all’interno di un più ampio piano d’ambito, anche i territori circostanti».
La questione stadio
Questo è il clima di serena collaborazione tra il Comune e il Torino (interessi decisamente comuni e sovrapponibili, seppur con obiettivi differenti e partendo da posizioni ovviamente diverse). Questo è anche il terreno decisamente fertile per qualunque candidato interessato a realizzare un business attraverso l’acquisto di un club come il Torino e la realizzazione di uno stadio di proprietà. La proposta di partenariato pubblico/privato è la strada che sta immaginando di battere Cairo, ma ovviamente sulla carta non esclude un eventuale cambio di programma nei prossimi mesi, di fonte ad altre scelte da parte di un nuovo proprietario del club (da proposta di partenariato ad acquisto del diritto di superficie per 99 anni, per esempio).
