Simply the Bez. Che poi la meraviglia sta tutta in quel semplicemente. Perché Marco Bezzecchi, il migliore come certifica la classifica mondiale e l’aver vinto più di tutti (5 degli ultimi 8 GP), ne contempla tutte le sfaccettature, riempiendo la parola di significati che hanno una profondità solo apparentemente in contraddizione. Semplice la ricetta del successo, fatta di lavoro e dedizione. Semplice l’approccio allo sport e alla vita, con tutta l’umiltà che stona finanche in un mondo dove vige sempre più la legge del più forte, dell’aggressore. Semplice il risultato. Che dà speranza. Di una nuova generazione di fenomeni, italiani che cambiano anche il mondo di essere intesi italiani. Bez, Antonelli, Sinner. Leader, ma in modo gentile, empatico. Anche nella sofferenza, come ieri Jannik al Roland Garros. «Intanto mi spiace quello che è successo a Parigi - racconta Marco alla viglia del GP di casa, il Mugello dove l’Aprilia dei nuovi miracoli, che oggi scenderà in pista energizzata dal nuovo title sponsor, non ha mai vinto -. Ero impegnato in interviste e al box, ma aver visto le immagini di Jannik soffrire è stato brutto. Bello invece essere accostato a loro. Io sono l’ultimo arrivato. Jannik sta primeggiando da alcuni anni e Kimi sta facendo qualcosa di incredibile. Domenica scorsa in Canada è stato veramente un fenomeno. Lui lo conosco meglio, ci siamo visti più volte al Ranch e sulle pista di kart, con Jannik per ora ci scambiamo messaggi ma purtroppo non l’ho mai visto. Di Kimi posso dire che è proprio così, come si vede: un ragazzo genuino, con i piedi per terra, bene educato. Con questo ha una doppia personalità: quando si mette il casco diventa un cagnaccio. Ma deve essere così. E sono sicuro che anche Jannik sia così. Pacato, tranquillo, super educato, ma in campo è un drago».
Bezzecchi racconta famiglia, Valentino Rossi e il sogno MotoGP
Da genitore è una meraviglia vedere giovani che parlano di felicità e futuro. Cos’avete di diverso? «Penso sia fondamentale la famiglia. Dà le basi. Poi è una questione di come sei fatto, della mentalità che hai. Io non riesco a pensare di stare a casa a fare nulla, senza prospettive, perché il mio sogno non me lo permette. Guardo sempre avanti e alla mia felicità perché mi spinge».
In questo quanto contano Valentino e un papà meccanico che l’ha portata fin da piccolo in officina? «Tanto. La mia passione per le moto arriva dalla famiglia. Fino alle minimoto era un gioco, ma dentro ho sempre avuto il sogno di diventare come Vale, tutt’ora il mio idolo. Poi l’officina ha fatto il suo, perché quando ho capito cosa vuol dire andare a lavorare e sporcarsi le mani per davvero, guardando mio padre ancora oggi uscire di casa la mattina presto e tornare la sera tardi facendosi un mazzo così, ho realizzato come sia fortunato a vivere del mio sogno. E che in quello che faccio non ci sono sacrifici e sofferenze che non valgano la pena. Potevo fare il meccanico, ma ho dato tutto per far crescere il talento. Col lavoro. E poi sono stato fortunato di conoscere Vale che mi ha preso e aiutato».
Anni fa a Valencia c’è stato lo scambio moto-auto tra Valentino e Hamilton: le piacerebbe farlo con la Mercedes di Kimi? «Madò, eccome. Ma io non sono del calibro di Vale. Vinco, ma in confronto pochissimo. Però perché non sognare anche questo?».
Kimi ha portato Jannik in macchina, lei lo porterebbe in moto? «Certo, sarebbe bellissimo fargli fare un giro sull’Aprilia biposto. Se si fida...».
Domenica intanto Antonelli viene qui a fare il tifo per lei. «Sono molto contento perché non lo vedo da prima di Jerez».
