Paris: "Ho la voglia di un bambino. Franzoni ci ha dato la sveglia"

Con la prima prova a Bormio inizia la quinta avventura a cinque cerchi del secondo discesista più vincente di sempre che deve sfatare il tabù medaglia... di legno

Il sorriso un po’ mefistofelico e il pizzetto sono appuntiti come nei giorni migliori, la caviglia sinistra gonfia da più due mesi manco la considera. Ha voglia Dominik Paris. Voglia della sua quinta Olimpiade, ma più che altro della sua prima medaglia a cinque cerchi dopo quella di legno di PyeongChang 2018 (destino anche agli ultimi Mondiali di Saalbach 2025 e a quelli di Cortina 2021) e il sesto posto di Pechino 2022, quando ha pensato se valesse la pena continuare. Per fortuna il secondo velocista più vincente di sempre (19 gare di Coppa) dopo kaiser Franz Klammer ha ascoltato il Domme bambino, che ci racconta alla vigilia (oggi alle 11.30) della prima prova cronometrata per la discesa di sabato. Rilanciato dal podio di domenica a Crans-Montana, caricato dal solo pensiero di gareggiare sulla Stelvio di Bormio. La sua pista (7 vittorie). Più ancora della Streif di Kitzbuehel. 

Domme, due podi, sempre a ridosso della top5: una stagione ad alto livello, manca la vittoria. 
(sorrisino) «Certo che volevo di più, quella ecco. Manca poco, anche se dopo un po’ diventa pesante aspettare. Intanto sul podio ci siamo risaliti». 

Scusi, ci sarebbe anche la questione dei quarti posti tra Olimpiadi e Mondiali da sfatare... 
«Eh, speriamo che cambi. È arrivata l’ora no?». 

Le Olimpiadi

Qual è il primo ricordo che le suscita la parola Olimpiade? 
«Vancouver 2010, i miei primi Giochi. Ero così giovane che non sapevo cosa aspettarmi. Arrivi e cominci a guardarti intorno per capire una cosa completamente nuova. Grande, diversa, unica. Quello lo capisci subito». 

Prima ha mai guardato le Olimpiadi in tv? 
«No, non avevo tempo. Andavo a scuola, aiutavo in casa, mi divertivo con gli amici e sciavo, soprattutto. Stavo in pista il più possibile». 

La Stelvio dove ha già vinto sette volte e dove in questi si giocherà le medaglie cos’ha di così particolare per lei? 
«Che dire, è una pista diversa da tutte le altre. Richiede tutto. Soprattutto tutto il coraggio che hai dentro di te». 

Più della Streif di Kitzbuehel? 
«Sì. O quanto meno un altro tipo. A Kitz ci sono due passaggi che richiedono molto coraggio, dove non è facile tenere giù il piede. A Bormio ti serve dall’inizio alla fine. È una pista che non molla mai, sulla quale devi essere sempre sul pezzo, dal cancelletto al traguardo. Se non lo fai ti butta fuori. Insomma, è una battaglia». 

Anche per questo le piace? 
(sorriso) «». 

Gli obiettivi

Lei da fuori sembra così tranquillo, invece dentro è davvero ha l’anima heavy metal. 
«Sembra. È vero che in gara mi trasformo, divento come un altro». 

Cosa succede e perché? 
«Semplice, è la voglia che ti spinge. La voglia che hai provato fin dal piccolo, quella che hai imparato nelle prime garette o anche solo sciando fuori pista con gli amici. Quella che non ti fa accettare di arrivare dietro, dopo. E quando cresci diventa una sfida con te stesso». 

Ovvero? 
«Quella voglia ti spinge a dare il massimo, diventa appunto una battaglia. Anche con il tuo fisico. Vuoi sempre vedere dove puoi spingerti. Anche quando le gambe bruciano e le forze ti buttano fuori. È quello che mi spinge in avanti». 

Quindi la sua non è solo una sfida contro il cronometro la sua? 
«No. Alla fine la sfida è contro te stesso. Il cronometro ti interessa quando arrivi al traguardo. Ma dalla partenza al traguardo al cronometro non pensi». 

Lei ha attraversato diverse generazioni di discesisti, da Cuche a Svindal, da Jansrud a Feuz e Kilde, ora Odermatt: che effetto le fa? 
(ride) «Mi fa sentire vecchio». 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Olimpiadi Invernali

La Stelvio di Bormio

Com’è cambiata la discesa in tutto questi anni? 
«È diventata più facile. Preparazione e tracciatura delle piste rendono tutto più accessibile. La neve è sempre liscia, perfetta. E con i nuovi materiali c’è così tanta risposta sotto gli sci che s’è persa una qualità che faceva la differenza: la tattica. Ora c’è molta meno tattica». 

Cosa intende? 
«La gestione, l’adattamento al terreno e alle condizioni, capire dove puoi o non puoi osare, dove fai la differenza e dove rischi di buttare la gara. Ora spingi dall’inizio alla fine. Nei primi anni della mia carriera in pista c’era così tanto movimento che non potevi farlo, era impossibile. Adesso tutto è più liscio e bello. Si va più veloce e serve tanto coraggio, ma puoi fare meno la differenza con le tue capacità, le tue doti». 

E lei dove pensa di poterla fare sulla Stelvio? 
«Eh... Vediamo. La pista la conosco, so quali sono i due-tre passaggi determinanti, quelli che devi fare bene. Parlo della prima parte, su in cima, della Carcentina e dell’ultimo pezzo, fino al traguardo». 

La Stelvio viene associata da tutti al numero da Circo di Bode Miller ai Mondiali del 2005, quando la fece praticamente tutta su un solo sci. 
«L’ho visto, in video. Lui sì che era un matto». 

Ha mai fatto cose simili, tipo la spaccata di Ghedina a Kitzbuehel? 
«No, in gara mai, neppure da piccolo. In allenamento sì, quello sì. Tutti noi dentro abbiamo una parte folle che prima o poi devi tirare fuori».

Su Franzoni

Qual è la differenza tra il Domme sciatore e il Domme papà? 
«Come detto, lo sciatore è quello che si trasforma, che combatte, che vuole far rumore ecco. Il papà no. A casa sono una persona diversa, con dei valori. La mia priorità, con i figli, è quella di insegnare l’educazione, poi il resto devono farlo e sceglierlo loro. A partire dallo sport». 

Anche perché di educazione in giro per il mondo se ne vede ben poca... 
«Ogni tanto mi chiedo se abbia ancora senso avere certi valori». 

A proposito di giovani, di Giovanni Franzoni cosa dice? 
«Che è bravo. Ha trovato l’equilibrio giusto per attaccare ma allo stesso tempo essere fluido, quello che serve per andare veloce in discesa. Già l’anno scorso ci aveva fatto vedere dei passaggi molto buoni, specie in allenamento, ma quell’equilibrio gli mancava. È partito con il piede giusto e dopo Wengen c’è stato un altro clic». 

Ovvero? 
«Ha capito cosa serve per entrare in gara con l’atteggiamento giusto. E con la concentrazione di fare le cose giuste. Poi a quell’età lì devi solo spingere. A me, vecchietto, tocca stargli un po’ dietro» (sorride).

Il futuro

Anche per lei dev’essere stimolante avere in squadra qualcuno con cui giocarsela. 
«Certo, e si vede dalla crescita che ha avuto tutta la squadra. Più che altro però penso che i risultati di Franzoni siano positivi per i giovani. Li spingono di più, perché ora sanno che se ce l’ha fatta lui, col quale pochi anni fa gareggiavano allo stesso livello in Coppa Europa, possono farcela anche loro. E per noi vecchi è un altro tipo di stimolo». 

Quale?
«La verità? Ti sta sulle... palle il fatto che un ragazzino vada più forte, ti spinge ad andare più forte. Franzoni è stata una bella sveglia, ci ha costretto a dare di più per stare davanti».

E continuerà a farlo, visto che ha rinnovato il contratto tecnico fino al 2028. 
«Non è il momento di decidere per il futuro. Sono concentrato sulle Olimpiadi e sul chiudere bene la stagione di Coppa. Poi sentirò cosa ho dentro, se c’è quella voglia di cui parlavamo all’inizio». 

Dipenderà dal risultato delle Olimpiadi? 
«No, non credo». 

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Il sorriso un po’ mefistofelico e il pizzetto sono appuntiti come nei giorni migliori, la caviglia sinistra gonfia da più due mesi manco la considera. Ha voglia Dominik Paris. Voglia della sua quinta Olimpiade, ma più che altro della sua prima medaglia a cinque cerchi dopo quella di legno di PyeongChang 2018 (destino anche agli ultimi Mondiali di Saalbach 2025 e a quelli di Cortina 2021) e il sesto posto di Pechino 2022, quando ha pensato se valesse la pena continuare. Per fortuna il secondo velocista più vincente di sempre (19 gare di Coppa) dopo kaiser Franz Klammer ha ascoltato il Domme bambino, che ci racconta alla vigilia (oggi alle 11.30) della prima prova cronometrata per la discesa di sabato. Rilanciato dal podio di domenica a Crans-Montana, caricato dal solo pensiero di gareggiare sulla Stelvio di Bormio. La sua pista (7 vittorie). Più ancora della Streif di Kitzbuehel. 

Domme, due podi, sempre a ridosso della top5: una stagione ad alto livello, manca la vittoria. 
(sorrisino) «Certo che volevo di più, quella ecco. Manca poco, anche se dopo un po’ diventa pesante aspettare. Intanto sul podio ci siamo risaliti». 

Scusi, ci sarebbe anche la questione dei quarti posti tra Olimpiadi e Mondiali da sfatare... 
«Eh, speriamo che cambi. È arrivata l’ora no?». 

Le Olimpiadi

Qual è il primo ricordo che le suscita la parola Olimpiade? 
«Vancouver 2010, i miei primi Giochi. Ero così giovane che non sapevo cosa aspettarmi. Arrivi e cominci a guardarti intorno per capire una cosa completamente nuova. Grande, diversa, unica. Quello lo capisci subito». 

Prima ha mai guardato le Olimpiadi in tv? 
«No, non avevo tempo. Andavo a scuola, aiutavo in casa, mi divertivo con gli amici e sciavo, soprattutto. Stavo in pista il più possibile». 

La Stelvio dove ha già vinto sette volte e dove in questi si giocherà le medaglie cos’ha di così particolare per lei? 
«Che dire, è una pista diversa da tutte le altre. Richiede tutto. Soprattutto tutto il coraggio che hai dentro di te». 

Più della Streif di Kitzbuehel? 
«Sì. O quanto meno un altro tipo. A Kitz ci sono due passaggi che richiedono molto coraggio, dove non è facile tenere giù il piede. A Bormio ti serve dall’inizio alla fine. È una pista che non molla mai, sulla quale devi essere sempre sul pezzo, dal cancelletto al traguardo. Se non lo fai ti butta fuori. Insomma, è una battaglia». 

Anche per questo le piace? 
(sorriso) «». 

Gli obiettivi

Lei da fuori sembra così tranquillo, invece dentro è davvero ha l’anima heavy metal. 
«Sembra. È vero che in gara mi trasformo, divento come un altro». 

Cosa succede e perché? 
«Semplice, è la voglia che ti spinge. La voglia che hai provato fin dal piccolo, quella che hai imparato nelle prime garette o anche solo sciando fuori pista con gli amici. Quella che non ti fa accettare di arrivare dietro, dopo. E quando cresci diventa una sfida con te stesso». 

Ovvero? 
«Quella voglia ti spinge a dare il massimo, diventa appunto una battaglia. Anche con il tuo fisico. Vuoi sempre vedere dove puoi spingerti. Anche quando le gambe bruciano e le forze ti buttano fuori. È quello che mi spinge in avanti». 

Quindi la sua non è solo una sfida contro il cronometro la sua? 
«No. Alla fine la sfida è contro te stesso. Il cronometro ti interessa quando arrivi al traguardo. Ma dalla partenza al traguardo al cronometro non pensi». 

Lei ha attraversato diverse generazioni di discesisti, da Cuche a Svindal, da Jansrud a Feuz e Kilde, ora Odermatt: che effetto le fa? 
(ride) «Mi fa sentire vecchio». 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Olimpiadi Invernali
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Paris: "Ho la voglia di un bambino. Franzoni ci ha dato la sveglia"
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La Stelvio di Bormio