MILANO - Alfredo Accatino, direttore artistico di Filmmaster, perché avete scelto come tema della cerimonia di chiusura che si terrà domani sera all’Arena di Verona “Beauty in Action”? «Perché la bellezza, nello sport come nell’arte, non è mai statica. È gesto, energia, trasformazione. E questa cerimonia sarà un tributo alla bellezza dell’Italia, di Verona, dei territori, nei primi Giochi Olimpici Invernali diffusi della storia».
Da quanto tempo lavorate all’allestimento dell’evento? «Il lavoro è iniziato quasi tre anni fa con una fase lunga di ricerca e concept. Sono un processo che unisce creatività, pianificazione, ingegnerizzazione. Ma sono anni che lavoriamo nelle Cerimonie, a partire da Salt Lake City 2002 e Torino 2006, e abbiamo acquisito competenze, e stretto collaborazioni con i migliori specialisti nel mondo. Ormai quando lavoro ad un progetto quando mi chiedono “Quanto tempo ci hai messo?” mi piace rispondere “X mesi e 30 anni”».
Oltre ai “vip” già annunciati - il ballerino Roberto Bolle, i musicisti Gabry Ponte e Achille Lauro e l’attrice Benedetta Porcaroli - quante, persone saranno coinvolte? «Il team creativo e produttivo coinvolge circa 200 persone. Poi tra key team, performer, musicisti, tecnici, allestimento, sicurezza, gestione e servizi saranno coinvolte quasi 4.000 persone, Una cerimonia olimpica è un’opera collettiva gigantesca: il risultato finale è il frutto del lavoro di una comunità».
Il palco si ispirerà a una goccia d’acqua: ci spiega questa scelta? «L’acqua è un simbolo universale di vita, trasformazione e connessione, ma anche espressione del ciclo della vita che unisce montagna e pianura. E che, di fatto, rende possibile gli sport invernali. E in questa connessione il Veneto sembra sintetizzare un macrosistema».
Dobbiamo attenderci grandi effetti speciali o punterete più sull’umanità? «Le due cose non sono in contrapposizione. Gli effetti scenici saranno al servizio delle emozioni, non il contrario. Il cuore della cerimonia resteranno le persone, le storie, i volti e il senso di comunità. Di sicuro non troverete intelligenza artificiale, realtà aumentata ed effetti speciali fini a se stessi. Anche noi crediamo nella forza delle persone e delle emozioni».
Ci sarà un filo che legherà l’evento con la cerimonia inaugurale? «Sì, idealmente la chiusura è l’ultimo capitolo dello stesso racconto. Ritroveremo alcuni temi che sono parte del nostro modo di essere italiani e li porteremo a compimento, trasformandoli in un saluto e in un passaggio simbolico verso il futuro».
Dobbiamo attenderci uno show multidimensionale, per esempio per lo spegnimento dei bracieri? «La cerimonia sarà pensata come un’esperienza immersiva, in cui spazio fisico, tecnologia e narrazione convivono. Anche i momenti rituali saranno reinterpretati con un linguaggio contemporaneo».
Quanto è stato difficile far calzare una cerimonia di chiusura delle Olimpiadi in un luogo storico patrimonio Unesco? «È stata una sfida affascinante. L’obiettivo è rispettare e valorizzare il luogo, non sovrastarlo. Quando si lavora in uno spazio così carico di storia, la regola è ascoltare l’architettura e dialogare con essa. Posso però dirvi che faremo qualcosa di molto diverso da quanto abitualmente fatto per gli spettacoli di opera lirica».
Che ruolo avete pensato per gli atleti? «Gli atleti restano i protagonisti. La cerimonia di chiusura è il loro momento di festa e di incontro. Saranno presenti in arena (portabandiera per l’Italia Davide Ghiotto e Lisa Vittozzi, ndr), in una dimensione più informale e celebrativa, perché la chiusura è soprattutto una grande festa condivisa, e lo stesso speech di Kirsty Coventry, presidente del Cio, sarà in mezzo a loro».
Da quanto tempo lavorate all’allestimento dell’evento? «Il lavoro è iniziato quasi tre anni fa con una fase lunga di ricerca e concept. Sono un processo che unisce creatività, pianificazione, ingegnerizzazione. Ma sono anni che lavoriamo nelle Cerimonie, a partire da Salt Lake City 2002 e Torino 2006, e abbiamo acquisito competenze, e stretto collaborazioni con i migliori specialisti nel mondo. Ormai quando lavoro ad un progetto quando mi chiedono “Quanto tempo ci hai messo?” mi piace rispondere “X mesi e 30 anni”».
Oltre ai “vip” già annunciati - il ballerino Roberto Bolle, i musicisti Gabry Ponte e Achille Lauro e l’attrice Benedetta Porcaroli - quante, persone saranno coinvolte? «Il team creativo e produttivo coinvolge circa 200 persone. Poi tra key team, performer, musicisti, tecnici, allestimento, sicurezza, gestione e servizi saranno coinvolte quasi 4.000 persone, Una cerimonia olimpica è un’opera collettiva gigantesca: il risultato finale è il frutto del lavoro di una comunità».
Il palco si ispirerà a una goccia d’acqua: ci spiega questa scelta? «L’acqua è un simbolo universale di vita, trasformazione e connessione, ma anche espressione del ciclo della vita che unisce montagna e pianura. E che, di fatto, rende possibile gli sport invernali. E in questa connessione il Veneto sembra sintetizzare un macrosistema».
Dobbiamo attenderci grandi effetti speciali o punterete più sull’umanità? «Le due cose non sono in contrapposizione. Gli effetti scenici saranno al servizio delle emozioni, non il contrario. Il cuore della cerimonia resteranno le persone, le storie, i volti e il senso di comunità. Di sicuro non troverete intelligenza artificiale, realtà aumentata ed effetti speciali fini a se stessi. Anche noi crediamo nella forza delle persone e delle emozioni».
Ci sarà un filo che legherà l’evento con la cerimonia inaugurale? «Sì, idealmente la chiusura è l’ultimo capitolo dello stesso racconto. Ritroveremo alcuni temi che sono parte del nostro modo di essere italiani e li porteremo a compimento, trasformandoli in un saluto e in un passaggio simbolico verso il futuro».
Dobbiamo attenderci uno show multidimensionale, per esempio per lo spegnimento dei bracieri? «La cerimonia sarà pensata come un’esperienza immersiva, in cui spazio fisico, tecnologia e narrazione convivono. Anche i momenti rituali saranno reinterpretati con un linguaggio contemporaneo».
Quanto è stato difficile far calzare una cerimonia di chiusura delle Olimpiadi in un luogo storico patrimonio Unesco? «È stata una sfida affascinante. L’obiettivo è rispettare e valorizzare il luogo, non sovrastarlo. Quando si lavora in uno spazio così carico di storia, la regola è ascoltare l’architettura e dialogare con essa. Posso però dirvi che faremo qualcosa di molto diverso da quanto abitualmente fatto per gli spettacoli di opera lirica».
Che ruolo avete pensato per gli atleti? «Gli atleti restano i protagonisti. La cerimonia di chiusura è il loro momento di festa e di incontro. Saranno presenti in arena (portabandiera per l’Italia Davide Ghiotto e Lisa Vittozzi, ndr), in una dimensione più informale e celebrativa, perché la chiusura è soprattutto una grande festa condivisa, e lo stesso speech di Kirsty Coventry, presidente del Cio, sarà in mezzo a loro».
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