© EPALe favole esistono. E la magia delle Olimpiadi le produce come neppure Gianni Rodari o Carlo Collodi riuscivano a immaginare. Succede da 130 anni, da quanto il Barone Pierre De Coubertin inventò i cerchi partendo dalla leggenda di Filippide. Da 102 sulle neve, che in una Livigno ancora sotto la tormenta ci apre il cuore, all’interno del quale si insinua il meraviglioso dubbio che davvero esista qualcosa, se non qualcuno che tracci traiettorie e intrecci invisibili e finanche incredibili. Simone Deromedis e Federico Tomasoni le disegnano con potenza e cattiveria sulle gobbe, i salti e le paraboliche di quella specie di rollerblade invernale che si chiama skicross con una doppietta, il traguardo che se vogliamo mancava per rendere immortali dei Giochi già record che in serata, sul ghiaccio di Milano, grazie ad Andrea Giovannini fanno toccare all’Italia quota trenta medaglie. Oro e argento in una giornata passata a inseguirsi, spalla a spalla. Gemelli. Oro e argento che sanno di riscatto e rinascita. Quello di Deromedis, trentino che davvero veste i panni di Ayrton Senna come ci aveva raccontato due giorni fa, guidando i suoi sci come la leggenda brasiliana della F1 per cancellare la rabbia di quattro anni fa, quando appena 21enne venne estromesso per un contatto dalla finale di Pechino 2022.
Milano-Cortina 2026, il medagliere in tempo reale
La rinascita di Tomasoni
La rinascita di Tomasoni, bergamasco coi baffoni da sparviero che sedici mesi fa s’è sentito morire insieme alla fidanzata Matilde Lorenzi e che ora porta col suo sole sul casco sul podio di Milano Cortina 2026. Lui che manco una finale in Coppa del Mondo aveva conquistato. Doppietta ancora più pregiata di quella messa a segno il primo giorno di questi giochi nella discesa da Giovanni Franzoni e Dominik Paris, battuti dallo svizzero Von Allmen ma felici. Anche il bresciano non sciava da solo, ma con il suo “fratello” Mattia Franzoso, morto anche lui in allenamento la scorsa estate in Cile. Doppietta. La sesta azzurra nella storia dei Giochi invernali, con la prima messa a segno 70 anni fa proprio a Cortina con i bob a 2 di Lamberto Dalla Costa-Giacomo Conti ed Eugenio Monti-Renzo Alverà. Imitati a Innsbruck 1976 da Piero Gros e Gustav Thoeni nello slalom, dall’incredibile combinata di Albertville 1992 con Josef Polig e Gianfranco Martin, imitata due anni dopo a Lillehammer 1994 nel doppio dello slittino firmato dai fratelli Wilfried e Norbert Huber, il primo con Kurt Brugger, il secondo con Hansjoerg Raffl. E l’ultima a Salt Lake City, quando il fondo era donna: Gabriella Paruzzi e Stefania Belmondo nella 30 km. Ora sull’Olimpo del coraggio e della resilienza ci sono Simone e Federico. Sempre insieme fin dal quarti (con pure Zuech, eliminato insieme a uno dei grandi favoriti, il canadese Howden), mentre in semifinale fanno fuori il tedesco Wiismann.
Due italiani in finale
Due italiani in finale, medaglia sicura. Deromedis scappa subito verso l’oro. Tomasoni in scia si spinge (ed è spinto da lassù) fino al fotofinish con lo svizzero Fiva, l’argento di Pechino. E lo vince. «Gli astri si sono allineati, sono so come descrivere tutto questo in un altro modo» esulta il trentino, campione del mondo 2023 e sette volte vincitore in Coppa, compresa l’ultima uscita tre settimane fa a Passo San Pellegrino. «Vincere la medaglia olimpica è la massima aspirazione di ogni atleta, vincerla a casa è ancora di più. Il pubblico mi ha spinto». Lui e Federico, che esalta. «Quello che ha passato è qualcosa di terribile. Gli siamo stati vicini, ma lui è stato un grande e si merita questa medaglia. Credetemi, se il suo primo podio l’ha fatto qui, non è una casualità». Come il boom del freestyle azzurro, che completa tutti i colori del podio dopo il bronzo surreale (con un crociato rotto) di Flara Tabanelli nei big air. «Il nostro sport è in crescita - afferma Simone -. Siamo arrivati un po’ più tardi rispetto ad altre nazioni, ma i risultati sono solidi. Gli investimenti fatti stanno ripagando. Speriamo che ci sia un ritorno, che tanti giovani si avvicinino ancora di più».
