La lezione di Pellacani e Curtis: per vincere, bisogna cadere

La crisi della tuffatrice dopo i quarti posti di Parigi, la determinazione della nuotatrice dopo i Mondiali: l'esempio di chi non si arrende di fornte agli ostacoli
La lezione di Pellacani e Curtis: per vincere, bisogna cadere© Getty Images

TORINO - Esattamente 10 anni fa, a Kazan, Tania Cagnotto compiva un miracolo: vinceva la medaglia d'oro nel trampolino da 1 metro, mettendosi alle spalle le due cinesi Shi Tingmao e He Zi. Un'impresa mai riuscita a un'italiana. Tania Cagnotto si è tuffata per l'ultima volta a maggio del 2017 a Torino. Io ero sugli spalti a guardarla, chiedendomi se dopo di lei, i tuffi italiani sarebbero tornati nell'anonimato dei precedenti trent'anni. Non potevo immaginare che, in quel preciso istante, Tania stesse consegnando il suo testimone. Perché ai Mondiali dello stesso anno faceva il suo timido ingresso una ragazzina di nome Chiara Pellacani. Quella Chiara che oggi torna a casa con tre medaglie al collo, una per ogni specialità. Quella Chiara, che solo una manciata di mesi fa pensava di abbandonare i tuffi e l'agonismo. Perché proprio come Tania, portava il peso di due medaglie di legno. Ma, a volte il legno, vale più dell'oro.

 

La storia di Chiara

 

Ti  prepari per quattro anni, per un tuffo che dura un secondo. Lasci il tuo paese per andare ad allenarti negli Stati Uniti e, poi, ai Giochi di Parigi, guardi il podio dal quarto posto, a un soffio da una medaglia. Così è successo a Chiara, che quando ha rimesso i piedi in acqua e non ce l'ha fatta. Depressione, senso di vuoto che la accompagna, così lascia gli Stati Uniti, torna in Italia dalla famiglia, cambia sport, si dà alla prepugilistica, si fa aiutare. Poi, un po' alla volta, risponde al richiamo della piscina e torna sul trampolino. Si chiama fuoco, passione, ma anche forza d'animo, tenacia, sete di vittoria, capacità di trasformare la sconfitta in potere. L'altro giorno, un minuto prima dell'ultimo tuffo, si stava di nuovo giocando tutto: medaglia o quarto posto. Lucida e spietata ha infilato l'acqua, con una freddezza che neanche la navigata Maddison Keeney, ha saputo mettere in campo, concedendo così il bronzo a Chiara. Tutto questo a 22 anni.

 

La storia di Sara

 

Sara Curtis, prima donna italiana a nuotare una finale nei 100 stile libero, chiude ottava la sua gara. Ma le sue parole in zona mista appena uscita dalla vasca sono lucide e consapevoli: «Qualcosa non c'era, e bisogna accettarlo, fa parte della crescita». Lei che si allena "solo" sei volte a settimana, da quest'anno si allenerà di più. Dopotutto, non può che allenarsi solo sei volte a settimana una ragazza che dà la maturità diplomandosi con 100/100. Sentendola parlare, non ho potuto non ripensare ai maturandi che hanno disertato l'orale di maturità (ma solo dopo aver messo in cassaforte la matematica promozione), protestando contro un sistema scolastico e professori poco empatici e solo attenti ai voti. E ho realizzato che non è evitando le musate, le delusioni, le difficoltà e i professori stronzi che si impara a vivere. E ce lo insegnano Chiara, Tania e pure Sinner che subisce una squalifica ingiusta, torna in campo a Roma e perde, va a Parigi e perde, va a Londra e incide il suo nome lì dove nessun italiano prima di lui l'aveva inciso, sull'albo d'oro del torneo più antico e importante del mondo. È questa la meglio gioventù di cui abbiamo bisogno, quelle di chi sa che bisogna cadere per arrivare da qualche parte.

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