Gai: "Torino più grande grazie alle Atp Finals"

Ieri prima giornata di lavoro per il partner commerciale della Fit con l'Atp. Parla il presidente di Awe International

Il primo giorno di lavoro è passato, in videoconferenza con l’Atp. La macchina commerciale della Nitto Atp Finals è avviata. Il raggruppamento di imprese guidato da Awe International Group ha lanciato il progetto su cui regna la massima riservatezza. Ma il presidente Romy Gai, torinese, ex direttore commerciale della Juventus, organizzatore della Supercoppa di calcio, non può nascondere la sua soddisfazione. È un ritorno a casa per lui, seppur a distanza. Con l’idea di mettere la città ancor più al centro dell’attenzione, per sfruttarne appieno le potenzialità. Gai che, peraltro, da ragazzo aveva la racchetta in mano. È un appassionato.

Gai, l’idea è quella di recuperare l’atmosfera olimpica dei Giochi 2006, che rilanciarono l’immagine di Torino a livello planetario?
«Direi che per quanto possibile in questi anni, la città è riuscita a capitalizzare il post olimpico, grazie al lavoro straordinario e il coinvolgimento del territorio che si è già ripetuto e che vorremmo ancor più riproporre. Questa può essere una nuova primavera, se preferite l’alba di un nuovo giorno. Peraltro il mio socio Beniamino Savio fu tra i protagonisti di quella vicenda, dunque siamo dalla parte giusta per recuperarne lo spirito. L’importanza chiave dell’evento è la durata periodica. Cinque anni fanno la differenza, creano abitudine e permettono di far apprezzare ai visitatori le qualità del territorio. Se saremo tutti bravi, il ritorno sarà di grandissimo livello, non soltanto per Torino, ma per il Piemonte».

Essere tutti bravi significa innanzitutto?
«Riuscire a coinvolgere ogni settore e che tutti si sentano coinvolti: istituzioni, enti pubblici, grandi marchi, piccole e medie imprese. Queste Finals dal 2021 al 2025 possono rappresentare un bene comune per il territorio».

Il rapporto con i vostri partner della cordata?
«La KPMG sport ha sede a Budapest, diretta da Andrea Sartori, si occuperà delle analisi socio economiche per il territorio pre e post Finals. La Nielsen guidata da Marco Nazzari raccoglierà dati e informazioni, tendenze. Arriva si occuperà della parte del piano riguardante la mobilità. Con il Politecnico abbiamo avviato un rapporto quinquennale di collaborazione per fare ricerca e progettare eventi che rispettino standard importanti di sostenibilità anche ambientale, con un approccio rivolto all’economia circolare, al basso consumo di energia e acqua, basse emissioni di CO2, integrazione di fonti energetiche rinnovabili, riciclabilità dei materiali».

Si vive però nella pandemia, che cambia continuamente scenari e li complica.
«È un momento di grande difficoltà, per noi che ci occupiamo di consulenza in ambito sportivo sui grandi eventi. Abbiamo ottenuto grandi successi con la Supercoppa italiana di calcio e la Ferrari in Arabia Saudita. Sappiamo come fare. In assenza di pubblico però tutto è più complesso. Lo è di più nell’incertezza. Dovremo prevedere un Piano B, che comprenda tutti gli scenari: pubblico contingentato e distanziato, zero pubblico, il ritorno, che tutti auspichiamo, alla normalità. Sappiamo che non potremo fare altro che adeguarci».

Siamo a un anno dal via. Il tempo stringe o è adeguato?
«Assolutamente adeguato, la Fit ha programmato con grande attenzione, il tempismo è perfetto, rispetta i programmi. Devo dire che chi ha voluto le Nitto Atp Finals a Torino, intendo Comune e Federazione, ha avuto lungimiranza, anzi sono stati visionari».

Per quella che è la sua esperienza, meglio dunque organizzare le Finals di tennis piuttosto che una finale di Champions League, o di un’altra coppa, giacché Torino non ha stadio per l’abbisogna.
«Sì, proprio per la durata dell’evento. La differenza evidente è nei numeri. Meglio avere un giro di 15.000 visitatori per 5 anni, che magari cambiano peraltro, piuttosto che 70 mila per due o tre giorni. Inoltre le Finals hanno visibilità planetaria di portata simile a una finale di Champions League».

L’evento può risvegliare anche l’attenzione imprenditoriale del territorio verso altri sport?
«Torino ha sempre reagito bene al cospetto della qualità offerta. Ovvio, occorre il prodotto, poi la città risponde. La qualità del progetto ha sempre pagato e pagherà».

L’emergere di talenti giovani in grado di qualificarsi tra i migliori otto al mondo, pensiamo innanzitutto a Berrettini e Sinner, ma anche a Sonego e magari in futuro a Musetti, può sortire benefici anche sul piano commerciale?
«Sarebbe una cosa straordinaria, Avere un italiano tra i primi 8 al mondo, meglio ancora se stabilmente, porterebbe un entusiasmo incredibile. Credo potremmo ritrovare quanto vissuto con Adriano Panatta e in modo e sport diversi con Alberto Tomba».

Un torinese che torna ad occuparsi di Torino: che effetto fa tornare a casa?
«Torno solo idealmente a casa. Io seguo in prevalenza le sedi internazionali dell’azienda che ho rilevato cinque anni fa, cioè Londra, Monaco, Dubai. Torino ha un amministratore apposito, Savio. Detto questo, provo una grande emozione e la vivo come una grande opportunità per la città. Vorrei rivedere l’atmosfera e la partecipazione della Medal Plaza. E si può fare».

Per chiudere, torniamo al passato, alla Juventus. Ancora legato?
«Sempre, è la squadra del mio cuore. Inoltre ho trascorso 14 anni straordinari, altamente formativi. Ma quel tipo di esperienza è chiuso. Bisogna far prevalere intelligenza e logica per cogliere nuove opportunità di lavoro e di crescita».

La Juventus resta un esempio unico nel panorama italiano, o è imitabile da un punto di vista commerciale?
«La miglior risposta che io possa dare è semplice: vi basti ricordare che fra due anni, cadranno i 100 anni di proprietà continuativa da parte della stessa famiglia».

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