S’ode già in lontananza lo sfrigolar di polpastrelli tra i grandi commentatori, i tuttologi un tanto al chilo, quelli che devono sempre dire la loro su qualsiasi argomento, che sia rilevante o anche solo intrigante o pruriginoso, con fastidiosa preferenza per le cose di cui non capiscono un tubo. Tipo il tennis. La possibile rinuncia anche di Musetti alla Coppa Davis, con motivazioni/spiegazioni/giustificazioni non troppo diverse da quelle di Sinner (esclusa la prossima nascita di un secondo figlio), quale che sarà la scelta finale e definitiva, scatenerà con ogni probabilità una ridda di nuovi, stucchevoli elzeviri da parte di chi non ne sa una fava ma riterrà necessario farci una qualche morale all’italiana sul sì o sull’eventuale no del giovine Lorenzo. Del quale probabilmente, come del resto in precedenza accaduto per Sinner, fino all’altra sera ignorava l’esistenza, o comunque il talento e lo stile di gioco, o comunque il suo percorso, le sue fatiche, la sua storia sportiva e umana. La verità è che il boom di popolarità del tennis nel nostro cosiddetto Belpaese - fra mille ripercussioni benefiche: nella pratica sportiva, nel ritorno economico, nella promozione mondiale di eventi e location come la seducente Torino - ha prodotto anche le controindicazioni di un tifo paranazionalistico assai più smodato da parte di chi è salito sul carro per interesse o vanagloria anziché per entusiasmo spontaneo o antica passione.
La nuova superficie del tennis: i social
Sui media come sui social, che in fondo ormai sono quasi la stessa roba. Parimenti, ha creato terreno fertile per il germogliare coatto e capzioso di veleni un tempo sconosciuti nell’ambiente. Per carità, anche nel tennis le polemiche ci sono sempre state, pure feroci e a volte sguaiate, ma con un loro romanticismo epico e letterario, e con risvolti umani tali da renderle parte del gioco; e non solo perché si consumavano e si vivevano soprattutto sul campo. Adesso, purtroppo, non è più così. Il tennis lo si gioca in buona (ma spesso sgradevole) parte sui social e in salotti televisivi abituati alle deplorevoli e deprimenti dinamiche dei teatrini politici. Senonché, Torino e il mondo fatato che ha saputo creare intorno alle Atp Finals - con gentilezza, compostezza, educazione, eleganza e sì, efficienza - si stanno rivelando ammirevolmente resilienti malgrado i tentativi di minarne la serenità operativa e organizzativa (vedi l’agitare costante del fantasma Milano da parte di chi la ritiene - non certo in base a motivazioni tennistiche - più adatta a organizzare le prossime edizioni).
La sentenza di Djokovic
Nemmeno il rimbalzare delle parole di Djokovic, forse il più grande campione del tennis moderno ma non proprio un fuoriclasse in certe prese di posizione, ha scalfito l’atmosfera limpida (anche sul piano climatico: giornate di sole quasi romano) che parte dall’Inalpi Arena per avvolgere e contagiare l’intera città. Nel nome da martedì sera pure di Musetti, ma ora e per sempre di Sinner. “La questione doping è una nuvola che seguirà Jannik per tutta la carriera - ha sentenziato Nole davanti al reporter d’assalto britannico Piers Morgan, evocando una metafora fantozziana - così come quella del Covid seguirà me. Non penso l’abbia fatto apposta, voglio credergli, ma ovviamente è responsabile. E il modo in cui è stato gestito l’intero caso è pieno di campanelli d’allarme. L’avrebbero squalificato se fosse stato il numero 500 del mondo? C’è stata mancanza di trasparenza, incoerenza. E anche la comodità di una squalifica tra gli Slam, così da non perdersi nulla: è stato molto, molto strano. Si sentivano le voci di tanti altri giocatori, uomini e donne, che avevano avuto situazioni simili, denunciare un trattamento di favore. Quando vedi altri atleti ricevere anni di squalifica per episodi simili, mentre per lui si è trattato di tre mesi, non è giusto”.
