E rieccoci qui: il nostro Jannik contro quello lì. Quello che i bambini chiamano Alcatràz e qualcun altro Alvarez. Quello che - quando ieri è entrato nel parcheggio dell’Arena, mentre Sinner stava sderenando per la tredicesima volta di fila il povero De Minaur e le telecamere hanno sparato l’ispanico imberrettato sui maxischermi - si è preso sì i soliti applausi di fair play popolare, ma molti meno di quanti subito dopo ha raccolto il suo avversario Auger-Aliassime. Segno che la tensione, per quanto sportiva, stava già montando, in vista della finale delle Finali. E va bene che Carlitos è simpatico e qua siamo tutti amici, però accà nisciuno tifa contro il nostro italiano. Accà, a Torino; poi, allà, cavoli loro. La partecipazione empatica del pubblico internazionalsabaudo nei riguardi di Sinner ha davvero un che di speciale. È un colpire all’unisono, un respirare sincronizzato, un esultare (quasi sempre) e un tremare (quasi mai, ma accade) congiunto. Il quasi mai è successo, per qualche secondo, allorché nel suo primo turno di servizio si sono materializzate, senza che nessuno avesse capito come, tre palle break: in tredicimila e uno (lui) lì hanno fatto un bel sospirone tutti assieme, la scossa dell’amore dalle gradinate si è trasferita sulle corde della racchetta sinneriana e alé: un, due, tre, 40 pari, poi game e via la paura, bro’.
La masterclass di pallate
Non solo non ha ancora perso un set, Giannik, come lo chiama Alca(t)raz, ma manco un servizio. Va detto che per una decina di giochi ce l’ha messa proprio tutta, l’indomito australiano, ribattendo tracciante su tracciante sino a far pensare che si dovesse arrivare al tie-break dove, si sa, per un solo errore puoi buttare via tutto. Poi, nell’undicesimo, una masterclass clamorosa di pallate sulle righe ha fatto capire ad Alex e a tutti che niente, anche stavolta avrebbe dovuto abbassare la visiera rassegnato all’ineluttabile (a un certo punto sembrava stesse per magnarselo dalla frustrazione, quel cappellino). Il secondo set - con quell’altro, porello, sfiancato da un’ora giocata sovraritmo - è stato, sostanzialmente, una gragnuola di legnate sull’impotenza ormai conclamata di De Minaur come anti Sinner, che con le rasoiate di rovescio in lungolinea ha maramaldeggiato, malgrado in coda a uno dei rarissimi errori sia stato tentato dal demone di Musetti, almeno stando a un frame che avrebbe colto col labiale un suo anomalo, anzi inedito bioparco, o forse codroipo, dal self control altoatesino fuggito. Gli oooohh della gente germogliavano non appena Jannik stava per colpire lasciando intendere, con la semplice postura e il linguaggio del corpo, quando sarebbe stato un vincente: la pallina atterrava assieme agli oooohh che tracimavano nell’ovazione.
