Esibizionisti non si nasce, piuttosto lo si diventa. E senza nemmeno accorgersene. Nel tennis è così, e non da oggi. “Mai epoca fu come questa tanto favorevole agli esibizionisti”, scriveva Flaiano (La Solitudine del Satiro). Finendo col chiedersi: “Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità?”. Il tennis nasce con le esibizioni, il professionismo incontinente degli anni Cinquanta le moltiplica, il primo decennio dell’Era Open le rende quasi istituzionali, gli anni Duemila e venti le riscoprono. C’è un dato comune a collegarle: l’espansionismo tennistico va alla conquista di nuovi fan e di nuovi mercati. Allora come oggi… C’è però anche un dato discordante a rendere le esibizioni di oggi diverse da quelle che le hanno precedute. Nei Settanta si giocava ovunque, schierando tennisti di ogni tipo e valore, e per molti era un modo per tranquillizzarsi sulla tenuta del loro portafoglio fino al termine della stagione. Oggi sono la scorciatoia per entrare nel giro del tennis che conta, e bastano due tennisti per imbandire la tavola. Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Così, prossimamente su questo schermo, succederà a Seul quello che è già successo a Riad. Si crea un appuntamento dal nome altisonante, Hyundai Card Super Match quello di Seul, sabato prossimo (su Sky e Supertennis intorno alle 8 del mattino), Six Kings Slam quello della capitale saudita, e con i tempi giusti – dettati dalle proposte economiche – si chiede uno spazio nel calendario stagionale. Gli arabi, in barba a qualsiasi tradizione, hanno ottenuto in due anni il decimo Masters 1000. Entrerà in scena nel 2028. Seul sta formulando la sua proposta, proponendo il piatto migliore che vi sia, quello della sfida fra i primi due della classe. La stessa che ha fatto da apripista a Riad, e da sola (è ingiusto dirlo, ma tutto sembra spingere in quella direzione) vale l’intero tennis di questi anni. Alcaraz e Sinner di fronte, ora e sempre… Finché ce la faranno, e il gioco varrà la candela. E i due, 22 e 24 anni rispettivamente, altroché se ce la fanno. Ne traggono solo vantaggi. Viaggio in prima classe e alloggio nelle migliori suite.
500 e 250 sempre più marginali
Incrocio di racchette con il migliore avversario che vi sia, un match che vale più di un torneo di preparazione. Media schierati come fosse l’evento del secolo. Fans a caccia di autografi e selfie, sin dall’arrivo in aeroporto (ieri Sinner era atteso da centinaia di scatenati “cacciatori”). Trattamento da capi di Stato. E stipendio milionario. Non si sa nemmeno a quanto ammonti, non l’hanno voluto dire. Di certo non arriverà ai 6 milioni di dollari (più racchetta di diamanti) in palio a Riad, ma volete che non sia almeno di due milioni e mezzo di dollari a testa? Poco meno di quanto mettono in palio per il vincitore gli Australian, che per non farsi dare dei poveracci hanno aumentato il montepremi del 16% (64 milioni di euro), ritoccando il premio più alto del 19%, da 2,1 a 2,4 milioni di euro. Alla fin fine è proprio questo il problema da tenere d’occhio. Si avverte un’estremizzazione del tennis ricco, che sta portando Slam ed esibizioni milionarie in un ambito irraggiungibile, affiancati dai Masters 1000 se riusciranno a tener testa alle esposizioni economiche necessarie, ma con il rischio, per qualcuno di loro, di essere costretto a traslocare in una fascia economica più bassa. Mentre Atp 500 e Atp 250 sembrano destinati a recitare un ruolo secondario, per riempire il calendario e aiutare qualche giovane a mettersi in luce (o qualche antico campione a rilanciarsi).
