© APSÈ il festival della terza età. Ringrazio Nole per quanto fa per noi... La Rod Laver Arena d’incanto si trasforma in una dependance di Villa Arzilla, le manifestazioni di gioia si stemperano in pochi gesti misurati, ché il colpo della strega è sempre in agguato, e non manca qualche lacrimone a illustrare la commozione per i bei tempi passati. C’è Margaret Court nei panni della trisavola. È tardi, sono le due di notte, a quell’ora gli anziani dovrebbero essere a nanna. Tutti tranne Djokovic, che è ancora in campo, anima sulfurea se ce n’è una. Sorride di lato, come Kaa, il pitone centenario del Libro della Giungla, con gli occhi che creano un mulinello di colori e hanno effetto ipnotico. “Grazie per avermene fatta vincere una”, dice Nole a Jannik, ed è una bella frase, di quelle però da evitare in certe situazioni. Perché uno se la porta dentro per settimane. Eppure qualcuno l’ha fatto vincere, il sempiterno Novak Djokovic, e a parte il Diavolo che gli fa da tutor, l’unico altro indiziato è lui, il Sinner ieri più che mai Peccatore, che da Re Magio delle ultime due passate edizioni del torneo, è scivolato via dal match e poi dallo stadio, nei panni del Re Mogio. Dirà dopo di non ritenere malvagia la sua prestazione, che è stato l’altro semmai a giocare benissimo, a fare tutto bene, a non sbagliare nulla. “Certo è dura, perdere così, spero che mi sarà d’insegnamento”. Bè, se è per quello, qualcosina da sottolineare è sfrecciata anche per la mia capa, che certo non è quella di un tecnico. Cose semplici, niente di astruso. Tipo… Quando c’è da chiudere un punto, non si va per vie traverse, ma è preferibile procedere dritti verso la mèta. E altre ancora, come la convenienza di imporre un fitto tracciato di scambi, malgrado Djokovic facesse il possibile per sottrarsene, perché il vincitore di questa semifinale, sarà pure stato bravissimo e bellissimo finché si vuole, ma dopo quindici scambi finiva nel marasma fisico, e si vedeva. Proprio come è accaduto nelle precedenti cinque vittorie ottenute da Sinner, l’una dietro l’altra. E invece stavolta qualcosa l’ha impedito. La fretta? Un po’. Qualche insicurezza? Quello è certo. Perché a non reggere gli scambi era Sinner, il più delle volte. Fuori quadro con il dritto, non sempre ben piazzato con le gambe, ottimo solo con il servizio, andato a segno con 26 ace, il suo record.
Sinner ko con Djokovic: l'analisi
E allora viene spontaneo esprimere un pensiero sulla semifinale, e tradurlo così… Piano, Sinner, con questa voglia di arricchire il tuo tennis, di renderlo più fluido, multiforme, ricco di variazioni, meno prevedibile. Certamente sono obiettivi da raggiungere, ma con il tempo, e mai a scapito delle doti migliori, quelle che sono infisse nel dna e ti hanno sostenuto fin qui. La solidità del gioco è ciò che ti ha contraddistinto, spingendosi verso i traguardi che hai raggiunto. Contro Djokovic hai dato l’impressione di cercare sempre qualcosa, senza mai trovarla, mentre l’unica che davvero serviva era un’azione continua che sottraesse stille di energia all’avversario serbo. E invece, troppe le occasioni smarrite per cercare lungo linea capaci di strappare applausi. Troppe le risposte finite malamente in rete. E troppo attenuata la vigoria nei momenti decisivi, sulla messe di palle break (addirittura 8 nei primi 3 turni di servizio di Djokovic) che avrebbero cambiato direzione al quinto set. Perso invece sulla prima e unica palla break concessa. Altrimenti come si spiega una sconfitta con la bellezza di 16 punti in più di Djokovic (154 a 138)? Nole ha ottenuto punti più facili, Sinner ha inseguito di più per ottenere i propri. O esiste altra spiegazione?
