© Getty ImagesPosto ce n’è. Quanto ne vuole. Braccio, collo, petto… Carlitos indica le gambe, un triangolo di pelle vicino alla Tour Eiffel del primo Roland Garros, su quella destra, oppure a sinistra, accanto alla fragola di Wimbledon. Senza panna. Del resto, come la disegni la panna in un tatuaggio? Bella domanda. Le braccia sono per gli Us Open. C’è la data del primo trionfo, nel 2022, e anche la Statua della Libertà e il Ponte di Brooklyn aggiunti per festeggiare il successo del 2025. Ma stavolta il problema non si pone, nel graffito disegnato sul fisico già di suo scultoreo dello scugnizzo di El Palmar è atteso un cangurino. "Lo metterò sulle gambe, devo solo decidere dove". Niente ragni rivoltanti, meduse urticanti o serpenti sibilanti, solo un canguro, a imperitura memoria della prima conquista australiana.
Nuova era del tennis: Alcaraz, Sinner e il passaggio di consegne
Nelle continue trasformazioni che questo tennis impone ai suoi cittadini un po’ creduloni, che sperano di essere simili ad altri per diventare finalmente se stessi, mentre Sinner tenta affannosamente di immettere su di sé i filamenti di acido desossiribonucleico dello stesso Alcaraz, per appropriarsi delle sue naturali doti di fluidità e imprevedibilità, il Numero Uno sempre più “solo al comando”, appare pronto per l’ultima metamorfosi. È stato lesto nel ghermire a Sinner quelle parti del dna che riguardano la solidità dell’impianto tennistico (l’ha detto e fatto nel corso della passata stagione), ora è pronto a diventare un’istallazione permanente, una moderna scultura per tatuaggi e addominali scolpiti, intitolata ai luoghi comuni del mondo. E per fortuna dice di volersi tatuare solo le vittorie Slam. Altrimenti spunterebbero anche il Colosseo, la Plaza de Toros e la rocca di Montecarlo. Ma io sono contento così. Mi è piaciuto come Alcaraz si è scrollato di dosso Djokovic, negandomi il piacere di dover sconfessare ciò che avevo scritto, e su tutto, che per l’antico campione serbo-ateniese non vi fosse più posto sul podio più alto del tennis. Senza negare niente a Nole, campione supremo, forgiato nel più inossidabile dei metalli, avverto nella sua presenza ai massimi livelli il pericolo della negazione del nuovo corso. Che invece è da tempo sotto i nostri occhi, con dati e stats di alto valore, ai quali si è aggiunta da ieri la conquista del Career Grand Slam “più giovane” di sempre da parte di Carletto, genio 22enne del tennis. "Sono fiero di me, ma per sentirsi una leggenda occorrono anni", fa sapere col giusto distacco. Lo scrivo, badate, con tutto il rispetto possibile. Djokovic è un miracolo, un fuoco che non si estingue. "È un’ispirazione, e gioca ancora un tennis eccellente. Penso che quest’anno vincerà qualcosa di grande", dice Alcaraz. E forse è vero. Ma è un fatto: Nole continua a sollecitare domande che appartengono alla retorica del confronto storico. Quanto avrebbero vinto Alcaraz e Sinner contro i grandi di un tempo? Non esiste risposta, ed è inutile cercarla. È il momento di Alcaraz e Sinner, mi sembra più di buon senso sperare che presto si palesi un terzo incomodo, invece che sia Djokovic a dover recitare in un ruolo che non aggiunge molto a quello che ha fatto. Piuttosto, spero che Sinner abbia avuto modo di seguirla, la finale.
La finale con Djokovic e il futuro di Alcaraz nel tennis mondiale
Alcaraz ha messo in campo molto di quello che è mancato al nostro ragazzo. Perso il primo set per un attacco d’inconcludenza, Carlitos si è rinserrato in un tennis volto all’unico scopo di condurre Djokovic al marasma fisico. Non ha avuto paura Carlitos ad arretrare la posizione sulla seconda palla per ribatterla più alta, ha subito il contraccolpo di qualche intervento a rete del serbo, ma l’ha costretto a giocare sempre tutti i colpi. Non si è vergognato nemmeno di operare pallonetti alti al punto da piombare giù come meteoriti. E su questi schemi auto-protettivi ha inserito i colpi più scintillanti del suo repertorio. Ma sempre facendo faticare Nole, che ho visto spiaggiarsi nel secondo e nel terzo, e racimolare qualche oncia di energia nel quarto set, sprecata sulla prima palla dell’ultimo servizio: 18 scambi vorticosi che hanno ridotto il serbo a un grumo. Lì è nato il break finale e la vittoria. Sette Slam vinti su otto finali, e un distacco in classifica che vede Sinner 3.350 punti sotto. Alcaraz ha i numeri per regnare a lungo, e i colpi buoni per tutte le superfici. Colpi da Grand Slam. Lui non si pone limiti. "Ora voglio Parigi, e mi piacerebbe vincere almeno una volta tutti i Masters 1000. E anche le Finals, e la Davis. Vado avanti un obiettivo alla volta. Questo trofeo australiano lo cercavo da tempo, me lo voglio godere". È bellissima la sensazione di far parte della Storia. Ora che Alcaraz l’ha scoperto, diventerà ancora più pericoloso.
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