Berrettini ci mette la faccia e si sfoga: “Io minacciato di morte. Messaggi pure a mio fratello"

Dura testimonianza di Matteo sulla piaga delle scommesse nel mondo del tennis: "Serve protezione. Occorre creare un ambiente sano: al Roland Garros nel mirino tutta la mia famiglia. Preoccupato per i giovani, che sono fragili e conoscono poco questo mondo"

Non si tira indietro, Matteo Berrettini, e confessa di getto le minacce ricevute nell’ultimo Roland Garros dal popolo delle scommesse su commissione. Lui la faccia ce la mette. A certificazione di ciò che pensa, dice, e magari consiglia anche di fare, sui temi che non riguardano solo i gesti e le emozioni che prendono forma su quel rettangolo di 23,77 metri di lunghezza, per 8,23 di larghezza. È il tennis, con le sue molteplici istituzioni, a girare al largo, quasi si vergognasse di sporcarsi le mani e la faccia, e di essere meno rassicurante di come vorrebbe.

Negare tutto e sempre, perfino l’evidenza, è strategia che ha funzionato per anni, nella rappresentazione di un mondo perfetto, appena scalfito da problematiche afflittive di quotidiana umanità, comprese minacce, raggiri, coercizioni e quant’altro. È successo con il doping, tenuto per anni discosto dall’idea che il tennis ne potesse venire macchiato nella sua candida facciata di perbenismo.

ùSuccede oggi con le scommesse, che entrano nella vita dei tennisti annunciate da immagini di pistole e sotto scorta della naturale sequela di minacce. E non tutti hanno la pelle dura come una corazza, tale da consentirgli di parlarne e denunciare.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Tennis

La denuncia di Matteo

Tutto si è mosso da una domanda, abbastanza innocua, nella conferenza stampa dopo la vittoria meritata di ieri notte, che ha chiuso la ventennale presenza di Stan the Man Wawrinka agli US Open, vinti dallo svizzero sgaruffato a suon di drittacci nel 2016. Riguardava l’ingresso di un nuovo sponsor del giro scommesse, la Kalshi, che ha permesso a Matteo di aprire il rubinetto su una vicenda subito denunciata ai vertici Atp, ma rimasta nascosta fino a ieri. Ne è uscita una confessione del tutto scioccante su quanto e come il mondo delle scommesse “su commissione” si sia avvicinato ai tennisti di vertice, forte di uno status di illegittima “non punibilità” acquisito negli anni. 

«Dobbiamo proteggere i giocatori per creare un ambiente più sicuro», si è fatto sentire Matteo, «nel marzo scorso, a Indian Wells, una tennista italiana iscritta alle qualificazioni ha ricevuto messaggi minacciosi, e lo stesso è accaduto a mio fratello durante l’ultimo Roland Garros. Minacce a me, e a tutta la nostro famiglia. Dovremmo creare una struttura più forte, magari un Comitato, che stabilisca che cosa fare per offrire ai giocatori la massima protezione». La tennista in questione è Lucrezia Stefanini, 28 anni, fiorentina. Jacopo Berrettini è la seconda volta che subisce minacce, la prima però a livello familiare e dirette al fratello. È toccato anche a Mattia Bellucci, quest’anno, dopo la sconfitta a Delray Beach contro Kecmanovic. Due anni fa capitò a Martina Trevisan, e nel 2023 fu Francesco Maestrelli a pubblicare un video nel quale leggeva i messaggi intimidatori ricevuti dopo una sconfitta a Bastad.

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"Qualcosa va fatto"

C’è un filo tutto italiano, in questa orribile vicenda, che ci informa però di almeno due aspetti del problema. La tenuta dei nostri tennisti, quando finiscono sotto minaccia, ed è cosa che deve consolarci non poco. L’altro, invece, riguarda la casistica delle stesse denunce, dove gli italiani hanno una presenza di certo superiore ai tennisti di altri Paesi. Dati certi non ce ne sono, ma non è da escludere che il betting su commissione (raduni il maggior numero di scommesse su alcuni incontri, poi cerchi di intervenire sui risultati minacciando e intimorendo) sia da noi in piena fibrillazione.

«Anch’io, in passato ho vissuto momenti di vero disagio», è tornato sul tema Berrettini, «a giocare con persone che disturbavano il match e facevano cose che non avevano a che fare con il tennis. L’ho visto nei Challenger, soprattutto. Ma come vedete, ormai si spingono con le minacce anche ai tornei più importanti. A Parigi avevo vinto un match, e i messaggi sostenevano che io, essendo scarso, dovessi farmi da parte già dalla successiva partita. È difficile dire come fermarli, me ne rendo conto. Ma qualcosa va fatto. Dobbiamo preoccuparci dei più giovani, che sono fragili e conoscono meno il mondo che li circonda. Non ce l’ho con le scommesse in quanto tali, non ci vedo niente di male nel gioco gestito in modo controllato. Ce l’ho con gli aspetti degenerativi di quel mondo».

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Il Berrettini sul campo

Così parlò Matteo, senza paura e con la capacità di lanciare il sasso con buona mira. Sempre che vogliano ascoltarlo. Forse qualcuno gli risponderà. Ieri ha incassato la solidarietà del capitano di Davis, Volandri: «Nessuno deve sentirsi minacciato quando scende in campo. Il racconto di Matteo deve farci riflettere, soprattutto sulla tutela dei più giovani». Aspettiamo il seguito. In campo, Matteo e Stan hanno dato vita al seguito del match sull’erba di Wimbledon. Quattro tie break lì, due agli US Open. Berrettini ne ha vinti 5, offrendo la parte migliore del suo tennis proprio nei momenti cruciali, e questo gli ha dato il diritto di chiudere con un sei a zero che forse Wawrinka non meritava, ma che ha preso forma quando lo svizzero ha capito che non c’era più niente da fare. Il successo non porterà Berrettini allo scontro con Djokovic, bensì con Navone, che Mat ha battuto due volte sulla terra, finendo impigliato nei palleggi dell’argentino il mese scorso a Montreal. «Ci conosciamo bene, ma lui è migliorato sensibilmente su questa superficie», assicura senza rassicurare Berrettini. Sarà una battaglia. Una delle tante.   

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Non si tira indietro, Matteo Berrettini, e confessa di getto le minacce ricevute nell’ultimo Roland Garros dal popolo delle scommesse su commissione. Lui la faccia ce la mette. A certificazione di ciò che pensa, dice, e magari consiglia anche di fare, sui temi che non riguardano solo i gesti e le emozioni che prendono forma su quel rettangolo di 23,77 metri di lunghezza, per 8,23 di larghezza. È il tennis, con le sue molteplici istituzioni, a girare al largo, quasi si vergognasse di sporcarsi le mani e la faccia, e di essere meno rassicurante di come vorrebbe.

Negare tutto e sempre, perfino l’evidenza, è strategia che ha funzionato per anni, nella rappresentazione di un mondo perfetto, appena scalfito da problematiche afflittive di quotidiana umanità, comprese minacce, raggiri, coercizioni e quant’altro. È successo con il doping, tenuto per anni discosto dall’idea che il tennis ne potesse venire macchiato nella sua candida facciata di perbenismo.

ùSuccede oggi con le scommesse, che entrano nella vita dei tennisti annunciate da immagini di pistole e sotto scorta della naturale sequela di minacce. E non tutti hanno la pelle dura come una corazza, tale da consentirgli di parlarne e denunciare.

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