Non si tira indietro, Matteo Berrettini, e confessa di getto le minacce ricevute nell’ultimo Roland Garros dal popolo delle scommesse su commissione. Lui la faccia ce la mette. A certificazione di ciò che pensa, dice, e magari consiglia anche di fare, sui temi che non riguardano solo i gesti e le emozioni che prendono forma su quel rettangolo di 23,77 metri di lunghezza, per 8,23 di larghezza. È il tennis, con le sue molteplici istituzioni, a girare al largo, quasi si vergognasse di sporcarsi le mani e la faccia, e di essere meno rassicurante di come vorrebbe.
Negare tutto e sempre, perfino l’evidenza, è strategia che ha funzionato per anni, nella rappresentazione di un mondo perfetto, appena scalfito da problematiche afflittive di quotidiana umanità, comprese minacce, raggiri, coercizioni e quant’altro. È successo con il doping, tenuto per anni discosto dall’idea che il tennis ne potesse venire macchiato nella sua candida facciata di perbenismo.
ùSuccede oggi con le scommesse, che entrano nella vita dei tennisti annunciate da immagini di pistole e sotto scorta della naturale sequela di minacce. E non tutti hanno la pelle dura come una corazza, tale da consentirgli di parlarne e denunciare.
