
Quarant’anni compiuti da poco, romana, mamma di Giuliano e Gaia e una nuova vita costruita attorno al padel. Martina Lavatore ha lasciato alle spalle 18 anni di produzione televisiva, tra Rai e Mediaset, per trasformare una passione in un lavoro. Oggi è responsabile dell'Area Padel del noto circolo della Capitale, Ponte Milvio, e vive questa disciplina a 360 gradi: lo organizza, lo gioca, lo racconta e lo condivide con i suoi figli. «Ho lavorato per 18 anni in produzione televisiva - racconta -. Poi, da amante del padel, mi sono inserita in questo contesto e ho fatto una scelta di vita. Mi sono resa conto che stavo facendo un lavoro che non mi stimolava più e ho cercato di unire l’utile al dilettevole, facendo qualcosa che mi appassionasse». Una scelta che le ha permesso anche di trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia. «Lavorando nell’ambiente sportivo è bello coinvolgere i miei figli negli eventi e nei tornei. Posso tranquillamente portarli con me, anche loro giocano a padel: è un settore dove riesco a conciliare tranquillamente il mio essere mamma». E non è solo teoria: «Ho organizzato dei tornei genitori-figli e ho partecipato con mio figlio. È stato molto emozionante».
Cresce il pubblico
Nel frattempo il padel è cambiato, è cresciuto e ha allargato il proprio pubblico. «C’è un vecchio zoccolo duro che continua a essere affezionato: sono i fedelissimi, quelli che si sono avvicinati nel 2012-2013, quando questo sport è approdato in Italia. Poi c’è un turnover continuo: oggi ci sono tante scuole, accademie per ragazzi e anche tornei amatoriali. Ci stiamo avvicinando al modello spagnolo e sudamericano». E soprattutto il padel ha conquistato le donne. Per Lavatore non è solo una questione sportiva, ma un nuovo modo di stare insieme. «È uno sport che ti permette di fare amicizia e di stare in compagnia, di non sentirti sola. Puoi conoscere persone in un contesto sano». E a chi non ha mai impugnato una racchetta? «Per giudicare il padel bisogna provarlo. A vederlo può sembrare uno sport tecnico, invece quando entri in campo ti rendi conto che è davvero per tutti - sottolinea -. Anche perché grazie a rimbalzi e pareti, la palla può rimanere in campo molto tempo anche se non sei troppo bravo». Poi c’è il lavoro di chi accoglie i nuovi giocatori. «Noi facciamo anche un po’ gli psicologi. Non tutti hanno gli stessi modi di essere coinvolti: bisogna studiare la persona che si affaccia al circolo e capire quale maestro assegnarle. Se è una donna più chiusa, magari preferirà iniziare con un gruppo tutto femminile. Con ogni persona bisogna avere uno studio differente, adeguato e cucito addosso». Il padel, insomma, non è soltanto una partita. Per Martina Lavatore è una seconda vita, un lavoro e, soprattutto, un modo per tenere insieme passioni e famiglia. «Ho cercato di unire l’utile al dilettevole», ripete. E a giudicare dal campo, la scelta sembra aver funzionato.
