Da Nadal a Sinner, le illusioni perdute sulla terra del Roland Garros

L'altoatesino, 21 anni, ha capito allo Slam parigino che forse dovrà cambiare qualcosa nella gestione delle partite
Da Nadal a Sinner, le illusioni perdute sulla terra del Roland Garros

Il diavolo nel tennis è un punto di vista. C’è nella misura in cui ci si crede, e non c’è se si riesce a far finta di non crederci. Ma se un coraggioso prendesse l’iniziativa di svuotare i borsoni dei giocatori, in bella vista, magari davanti agli occhi certamente attoniti dei diciottomila dello Chatrier, è probabile che da essi sortirebbero non pochi oggetti di assai dubbia natura tennistica. Dai chiodi ritorti e arrugginiti alle pietre raccolte chissà dove, fino ai cambi di mutande vecchi di molti tornei, cui i tennisti accreditano la più alta capacità di trattenere i fortunati effluvi di quella vittoria o quell’altra. È l’oggettistica “anti stress”, la prima chiamata a combattere l’ansia nascosta tra i misteriosi sviluppi che danno forma ai tornei. Come si dice… Aglio, fravaglio, fattura ca’ nun quaglio! Il tennis è sport che corre sul filo, e a vincere è spesso chi riesce a mantenersi il più a lungo in equilibrio su di esso. L’altro ieri, fronte al russo Karen Khachanov, caduto in piedi da uno dei più lunghi scivoloni che gli abbiamo visto compiere, è possibile che Novak Djokovic abbia inviato un pensiero adeguato a chi gli ha fornito i due piccoli magneti che dispone sul proprio corpo (uno sul petto, l’altro dietro, in corrispondenza della settima vertebra) per garantirsi benessere e stabilità dal «nutrimento luminoso» - come lo definisce Fabio Fontana, veneto, inventore - che gli viene del micro-oggetto chiamato “tao patch”, ma anche ai consigli sulla sopravvivenza tennistica dettati dal proprio coach Goran Ivanisevic che ritiene il nostro sport tra i più logoranti, «perché obbliga a giocare contro cinque avversari: l’arbitro, il pubblico, i raccattapalle, il campo e me stesso», e a chi gli chiedeva se tra di essi non fosse il caso di includere anche l’avversario vero e proprio, rispondeva: «Sì, ma quello è il meno». Eppure, attenzione, perché questa edizione del torneo delle perdute illusioni è nata fra chiari segnali non propriamente positivi, e ci si chiede se la sorte li abbia definitivamente consumati ed espulsi da una delle numerose porte dell’impianto, o se vi sia ancora qualcosa di non espresso che possa prendere forma. All’improvviso, ovviamente, e senza annunci preparatori.

Roland Garros, i percorsi di Nadal, Medvedev, Zverev, Alcaraz e Sinner

Doveva essere il torneo di Rafa Nadal, ed è diventato il torneo delle visite continue, quasi in processione, alla grande statua in ferro che rappresenta lo spagnolo in uno dei suoi colpi più esplosivi, il dritto mancino di un atleta che mancino lo è soltanto sul campo. Poteva essere il torneo di Daniil Medvedev, vincitore a Roma dove non aveva mai combinato nulla di buono, e finalmente disponibile a rivedere in positivo qualcuna delle sue antiche valutazioni sulla terra rossa. Salvo finire arrostito dal brasileiro Thiago Seyboth Wild, poi battuto dal giapponese Nishioka, a sua volta superato dall’argentino Tomas Martin Etcheverry, per dipingere il quadro d’assieme dell’ultimo spicchio di tabellone, che sembra tratto da uno dei challenger che si giocano in giro per il mondo. Può essere ancora il torneo di Sascha Zverev, che proprio a Parigi, un anno dopo il terribile incidente che l’ha strappato dal tennis (non andate a rivederne le immagini fotografiche, c’è di che sentirsi male), ha ritrovato il suo gioco migliore, e ora - battuto Etcheverry - punta a una finale mai conquistata prima. Sarà, come non è difficile credere, il torneo di Carlos Alcaraz, che forse ha cose più urgenti cui pensare delle possibili ritorsioni causate dagli spiriti che aleggiano sugli eventi più importanti del nostro sport, ed è probabile abbia il divieto da parte del suo mentore Juan Carlos Ferrero di identificare nella fortuna o nel suo contrario i motori guida degli avvenimenti che verranno. Ed è giusto sia così, dato che tra gli insegnamenti più utili vi è sempre quello di imparare a fare con le proprie forze. Non conosce, Carlos, i misteri che Parigi porta con sé, i fantasmi che aleggiano ovunque in questa città, su tutti il Fantasma dell’Opera Garnier (che divenne un libro famoso di Gaston Lereux), al quale i francesi attribuiscono, ancora oggi, tutto ciò che di strano sia accaduto all’interno del teatro più famoso, a cominciare dalla inspiegabile caduta di un lampadario che uccise una spettatrice seduta sulla poltrona numero tredici.

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Sinner, ecco dove deve migliorare

Poteva diventare il torneo di Sinner, e tra i molti l’addio del nostro numero uno già al secondo turno è stato forse il più doloroso. Con la sconfitta di Medvedev, Sinner sembrava avere due soli incontri delicati per giungere in finale, uno contro Zverev, l’altro con Rune o Ruud. Ma l’esibizione contro Daniel Altmaier ha mostrato uno Jannik non ancora all’altezza di uno Slam, sia sotto il profilo fisico sia in quello della gestione delle difficoltà impreviste. Tre set su cinque offrono la possibilità di correggersi, di annullare i malefici effetti delle altrui giocate, di venire a capo di avversari che ti affrontano con slanci mai visti prima. Rispetto ad Alcaraz e Rune, e mettiamo da parte Djokovic che di esperienza ne ha quanta ne vuole, Sinner è ancora troppo legato alle scelte tattiche che gli vengono impartite. Forse deve imparare a sentirsi più libero, più solo in campo, e a cercare lui la strada quando quelle tracciate dallo staff non si rivelano così comode. Ci vuole in campo più Sinner, per diventare definitivamente il Sinner che lui ha in mente.

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