Berrettini di potenza: fa fuori Cerundolo, “vendica” Sinner e urla alla Vasco Rossi: “Sono ancora qui!”

Per Matteo un’altra prestazione granitica dal punto di vista tecnico e fisico che gli permette di centrare i quarti di finale del Roland Garros e risalire nella classifica Atp al 47° posto

PARIGI - «Sono ancora qui!». Matteo lo urla al mondo. Gli occhi si accendono come led, mandano lampi in tutte le direzioni, ovunque nel Lenglen vi siano bandiere italiane, e sono tante. È ancora qui, Matteo, e detta da lui la frase ha una storia che va oltre la semplicità delle parole. È qui dove sarebbe dovuto sempre stare, in quel consesso in cui si giocano i momenti che fanno la storia dei tornei. Lui, Matteo Berrettini, era nato per questo… È di nuovo qui, dov’è già stato a lungo, con i gradi da numero sei del mondo, primo italiano finalista a Wimbledon. Qui, dove aveva lasciato Parigi, cinque anni fa, ancora nei quarti di finale, a giocarsi il futuro del torneo. E l’ha fatto da numero 105 del mondo, precipitato in un vortice dal quale solo pochi avrebbero saputo uscirne. Lui ce l’ha fatta, poco più di un mese fa era a Cagliari, in cerca di fiducia sui campi Challenger. Ora è in corsa per il Roland Garros, questo Roland Garros che gli propone tutti i cloni argentini che si sono infiltrati tra le pieghe di uno Slam che i più forti hanno lasciato solo. Qui, sempre qui, a dispetto dei mille infortuni che l’avevano allontanato, facendogli pensare che la sua storia nel tennis fosse finita. E invece è di nuovo da scrivere, e può tornare bella come queste vittorie che Matteo ha colto con i colpi che ha sempre avuto e una rinnovata improntitudine. Quella di chi ha sofferto troppo, e ora può gustare un ritorno che vale più di qualsiasi vittoria.

Quella frase...

La frase, quel “sono ancora qui” che diventa architrave del match, Matteo la pronuncia quando strappa finalmente il break al Cerundolo Minore, in un terzo set che sembrava diventato sempre più scivoloso e incerto. Berrettini aveva dominato i primi due set, e l’argentino, nel rivolgersi al proprio Team, aveva l’espressione di chi le ha provate tutte, ma non regge il confronto con le cannonate assassine che il romano gli tira addosso. Nel terzo, però, dopo una lunga pausa richiesta da Cerundolo per un intervento medico, il match di Matteo s’inceppa su un break concesso forse per troppa confidenza, e Juan Manuel se la gioca al meglio, addirittura tentando le strade del serve and volley che certo non sono quelle per lui più percorribili, ma finiscono per servire allo scopo, e avvilire i tentativi rinnovati di Matteo. Sotto 5-3 Berrettini vince il proprio servizio, e sul 5-4 si gioca l’ultima possibilità di evitare pericolosi prolungamenti del confronto. Lì non sbaglia più niente, torna a dettare i tempi del match e a scaricare Cerundolo ai lati del campo, quasi a dirgli di farsi da parte. Ripreso l’argentino, Berrettini si garantisce il tie break, ma concede presto un minibreak a Cerundolo e si ritrova 5-2, di nuovo a inseguire. Ma nei successivi sei punti Matteo riapre le giostre del suo luna park del tennis, e l’argentino che aveva eliminato Sinner, non sa più come opporsi. La vittoria prende forma al primo match point. Splendida la prestazione al servizio… Meno ace di Cerundolo (5 a 16) ma il 91% di primi servizi dentro le righe di cui il 77% tradotti in punti. 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Roland Garros

Parole al miele e pensiero per Sinner

«Questo è il tennis, l’amore della mia vita… Se non lo fosse non sarei qui. Dopo tutte le battute d’arresto, tutti gli infortuni, tutti i momenti difficili, sono tornato ancora una volta. Ci sono stati momenti in cui è stato davvero difficile tornare a colpire la palla, perché non ero pronto e non ero sicuro di me stesso, ma li ho superati, il mio Team mi è stato vicino, e ringrazio Enqvist per esservi entrato con i modi e le parole giuste, come solo i grandi sanno fare». La felicità è un quarto di finale, è un ritorno, è una classifica che lo ripropone al numero 47, cinquantotto gradini più in alto. C’è anche l’amico Cobolli nei quarti, il ragazzino che Matteo accompagnava per mano ai tornei. È una storia bella, piena di affetti familiari e di giochi d’infanzia. «Voglio godermi questi momenti, la gente che mi vuole ancora bene, le ola, questi stadi grandi pieni d’italiani. A Sinner dico che lo aspettiamo tutti, che siamo certi che quando tornerà riprenderà a vincere come ha fatto finora, sarà più forte di prima». Lui aspetta Arnaldi. Potrei dire che il suo torneo è già bello così, ma ho rivisto gli occhi di un tempo, il suo modo di riprendersi il match. È ancora in gara Matteo. È ancora qui. 

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PARIGI - «Sono ancora qui!». Matteo lo urla al mondo. Gli occhi si accendono come led, mandano lampi in tutte le direzioni, ovunque nel Lenglen vi siano bandiere italiane, e sono tante. È ancora qui, Matteo, e detta da lui la frase ha una storia che va oltre la semplicità delle parole. È qui dove sarebbe dovuto sempre stare, in quel consesso in cui si giocano i momenti che fanno la storia dei tornei. Lui, Matteo Berrettini, era nato per questo… È di nuovo qui, dov’è già stato a lungo, con i gradi da numero sei del mondo, primo italiano finalista a Wimbledon. Qui, dove aveva lasciato Parigi, cinque anni fa, ancora nei quarti di finale, a giocarsi il futuro del torneo. E l’ha fatto da numero 105 del mondo, precipitato in un vortice dal quale solo pochi avrebbero saputo uscirne. Lui ce l’ha fatta, poco più di un mese fa era a Cagliari, in cerca di fiducia sui campi Challenger. Ora è in corsa per il Roland Garros, questo Roland Garros che gli propone tutti i cloni argentini che si sono infiltrati tra le pieghe di uno Slam che i più forti hanno lasciato solo. Qui, sempre qui, a dispetto dei mille infortuni che l’avevano allontanato, facendogli pensare che la sua storia nel tennis fosse finita. E invece è di nuovo da scrivere, e può tornare bella come queste vittorie che Matteo ha colto con i colpi che ha sempre avuto e una rinnovata improntitudine. Quella di chi ha sofferto troppo, e ora può gustare un ritorno che vale più di qualsiasi vittoria.

Quella frase...

La frase, quel “sono ancora qui” che diventa architrave del match, Matteo la pronuncia quando strappa finalmente il break al Cerundolo Minore, in un terzo set che sembrava diventato sempre più scivoloso e incerto. Berrettini aveva dominato i primi due set, e l’argentino, nel rivolgersi al proprio Team, aveva l’espressione di chi le ha provate tutte, ma non regge il confronto con le cannonate assassine che il romano gli tira addosso. Nel terzo, però, dopo una lunga pausa richiesta da Cerundolo per un intervento medico, il match di Matteo s’inceppa su un break concesso forse per troppa confidenza, e Juan Manuel se la gioca al meglio, addirittura tentando le strade del serve and volley che certo non sono quelle per lui più percorribili, ma finiscono per servire allo scopo, e avvilire i tentativi rinnovati di Matteo. Sotto 5-3 Berrettini vince il proprio servizio, e sul 5-4 si gioca l’ultima possibilità di evitare pericolosi prolungamenti del confronto. Lì non sbaglia più niente, torna a dettare i tempi del match e a scaricare Cerundolo ai lati del campo, quasi a dirgli di farsi da parte. Ripreso l’argentino, Berrettini si garantisce il tie break, ma concede presto un minibreak a Cerundolo e si ritrova 5-2, di nuovo a inseguire. Ma nei successivi sei punti Matteo riapre le giostre del suo luna park del tennis, e l’argentino che aveva eliminato Sinner, non sa più come opporsi. La vittoria prende forma al primo match point. Splendida la prestazione al servizio… Meno ace di Cerundolo (5 a 16) ma il 91% di primi servizi dentro le righe di cui il 77% tradotti in punti. 

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Berrettini di potenza: fa fuori Cerundolo, “vendica” Sinner e urla alla Vasco Rossi: “Sono ancora qui!”
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