«La vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce, devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente». In queste parole c’è già tutto: il carattere, la visione, la forza di Alex Zanardi, scomparso all’età di 59 anni nella serata del 1° maggio. Dopo l’incidente in handbike del 2020, Zanardi aveva intrapreso un lungo e silenzioso percorso di riabilitazione, combattuto lontano dai riflettori, con la stessa determinazione che aveva segnato ogni capitolo della sua vita. Prima campione in pista, poi simbolo universale di resilienza, Zanardi è stato anche un ragazzo a cui qualcuno, all’inizio, ha dato fiducia. Quel qualcuno è Giancarlo Minardi, che nel 1992 lo chiamò per sostituire l’infortunato Christian Fittipaldi, offrendogli la prima occasione in F1. Da lì è iniziato tutto. Minardi, partiamo da una domanda semplice: chi è stato Alex Zanardi per lei? «Nel mio percorso sportivo è stato uno dei tanti “figli” che ho avuto in F1. In 21 anni e 340 Gran Premi ho visto tanti piloti, ma Alex aveva qualcosa di speciale. Con me ha corso solo quattro gare, sostituendo Fittipaldi, ma lo seguivo già dai tempi della Formula 3 e della Formula 3000. Era uno di quei piloti che si sono costruiti da soli, senza grandi capitali o sponsor alle spalle. Solo talento e determinazione».
"Talento puro, il suo ricordo continuerà a vivere"
Un talento puro, quindi? «Assolutamente. Ha conquistato tutto con le sue capacità. Non è un caso se team come Jordan, Minardi e poi Lotus hanno deciso di puntare su di lui. E poi quello che ha fatto in America parla da sé: è diventato una leggenda. Di ritorno in Formula 1, in Williams, si è trovato in un team in un momento di particolarmente brillante». Eppure, la sua storia non è solo quella di un pilota. «No, infatti. Dopo l’incidente del 2001, quando sembrava tutto finito, ha dimostrato una forza mentale e fisica incredibile. Lì è nato un altro Zanardi, ancora più grande. Come uomo, forse ancora più che come pilota. Ha aiutato tantissime persone, soprattutto chi non aveva le sue possibilità. Diceva sempre di sentirsi fortunato, e questa cosa dice molto di lui». È mancato il 1° maggio come Senna. Vede un legame? «Sì, lo penso davvero. È una coincidenza che colpisce. Senna e Zanardi sono stati due uomini che hanno lasciato qualcosa che va oltre lo sport. Ogni anno ricordiamo Ayrton a Imola, e sono convinto che accadrà lo stesso per Alex. Perché tanta gente lo ha conosciuto e amato più come uomo che come pilota. Il suo ricordo continuerà a vivere».
L'aneddoto
C'è un aneddoto, un’immagine o un'emozione che le torna in mente più di altri? «Sì. Dopo aver lasciato la F1, nel 2016 ero al Mugello per una gara GT3 (campionato italiano Gran Turismo, ndr). Alex correva con BMW e vinse. Vederlo lì, tornato nel suo mondo dopo tutto quello che aveva passato, è stato emozionante. Il suo sorriso quel giorno era qualcosa di straordinario e direi irradiante. È uno dei ricordi più belli che porto con me, se penso a lui». Zanardi ha vissuto due vite, trasformando ogni caduta in un nuovo inizio. Che messaggio lascia? «Che bisogna credere nelle proprie forze e non arrendersi mai. Lui ha vinto tutte le sue battaglie, anche quelle più dure. E lo ha fatto pensando anche agli altri. Persino l’ultimo incidente è avvenuto mentre stava facendo qualcosa per aiutare chi soffre. Questo dice tutto». Un ultimo pensiero? «Un abbraccio grande alla moglie Daniela. È sempre stata al suo fianco, soprattutto nei momenti più difficili. Se Alex ha resistito così a lungo, è anche merito della sua famiglia. E noi dobbiamo continuare a ricordarlo per quello che è stato: un esempio vero».
