Il traguardo sta lì, a poche centinaia di metri dalla Basilica di Santa Giustina. Anche adesso ci sono migliaia di persone ad aspettare l’arrivo di Alex Zanardi, come quando la gente si radunava proprio qui in Prato della Valle - nel cuore di Padova - per vederlo sfrecciare con la sua handbike al termine della Maratona S. Antonio, quella che era diventata la sua corsa di casa. Ora non c’è nessuna linea d’arrivo da superare e la carrozzina da gara l’hanno parcheggiata in chiesa, di traverso sui gradini dell’altare. La basilica si riempie di persone, di volti noti e sconosciuti: dalla A di Abodi alla Z di Zazzaroni, arrivano tutti gli uomini e le donne che hanno conosciuto Alex e tutti quelli che non l’hanno mai incontrato, ma hanno sempre fatto il tifo per lui. La gente si emoziona quando nella navata centrale compare anche Alberto Tomba, che si sistema con discrezione (ancor più Stefano Domenicali, presidente della F1 arrivato da Miami) in terza fila, subito dietro a Bebe Vio e ai suoi genitori. Nei dintorni ci sono Giovanni Malagò e Luca Pancalli con Marco Giunio De Sanctis: olimpico e paralimpico, lo sport è uno solo, unito nel nome di Zanardi. Prima di Alex i disabili non erano campioni, erano i poverini. “Lui ha trasformato la compassione in comprensione - commenta Pancalli, che da presidente del comitato paralimpico ha festeggiato con Zanardi i trionfi di Londra 2012 e Rio 2016 -. Umiltà, ironia e immediatezza: così riusciva ad arrivare a tutte le persone e a rendere visibile l’invisibile”. Dalle curve di Laguna Seca con la Reynard del team Ganassi a quelle di Brands Hatch spingendo a forza di braccia la propria handbike, Alex Zanardi ha rivoluzionato lo sport paralimpico italiano: lo ha fatto non solo vincendo, ma anche raccontandolo con parole che arrivavano al cuore. E pure con gesti concreti che hanno permesso a tanti e tante di iniziare a fare sport.
"Hai aperto finestre sulle nostre paure"
Intorno alla bara la famiglia ha voluto i ragazzi e le ragazze di Obiettivo3, la società sportiva creata da Alex dopo i Giochi di Rio 2016 per rendere lo sport sempre più accessibile alle persone con disabilità. Con le loro felpe blu sono decine e arrivano da tutta Italia per salutare Alex e dirgli grazie, ancora una volta. Daniela e Niccolò, la moglie e il figlio di Zanardi, hanno scelto che siano loro a parlare dopo l’omelia di don Marco Pozza. Una decisione che è un messaggio forte, è il modo per ribadire che il lavoro di Alex va avanti: quando don Marco invita a scambiarsi un segno di pace, Daniela e Niccolò si alzano dalla prima fila e ringraziano uno a uno quegli atleti e quelle atlete.
Il 19 giugno 2020, il giorno dell’incidente in handbike che ne ha cambiato nuovamente la vita, Zanardi era impegnato con loro in una staffetta destinata a risvegliare l’Italia post Covid: Obiettivo Tricolore, un evento che è continuato anche in tutto questo tempo in cui Alex ha lottato per riprendersi pezzi di vita. E che ripartirà a settembre. Ci sono nuovi obiettivi da inseguire nel nome di Alex. “Alcuni di noi prima di conoscerti non volevano fare sport paralimpico, per non sentirsi diversi - dice Flavio Gaudiello, il primo dei ragazzi di Obiettivo3 a prendere la parola accanto alla bara -. Tu sei stato una boccata d’aria fresca, hai spalancato porte e aperto finestre sulle nostre paure e insicurezze”.
