Cultura sportiva in Italia tra calcio e atletica
Alla faccia del dilettantismo... «A volte si fa “il patacca”. Da italiani è ovvio che vogliamo vedere la maglia azzurra trionfare ovunque. Chi non ricorda il gol di Grosso, Cannavaro che solleva il trofeo. Sono emozioni che uniscono tutti. Quando Marcell ha vinto, quel famoso 1 agosto 2021, siamo saltati giù dal divano. Molti mi hanno detto: “Questo momento ce lo ricorderemo sempre e lo racconteremo". Non è sbagliata la cultura del calcio, è sbagliato forse essere monotematici, dovremmo essere più aperti anche agli altri sport».
Il calcio potrebbe prendere spunto dall'atletica per riformarsi... «Sì, l’atletica è alla base di tutto, perché poi da lì nasce la preparazione fisica di qualsiasi sport. Il calcio però è un sistema complesso, con dinamiche sue, con esigenze diverse, tuttavia lo scambio tra discipline è fondamentale, perché tutti gli sport possono migliorare guardando anche cosa funziona negli altri».
Il segreto del successo dell’atletica italiana
Qual è il segreto di un gruppo azzurro così unito e performante? «I fattori principali sono il Covid: nonostante gli aspetti terribilmente negativi, ha portato molte più persone ad avvicinarsi all’atletica, ampliando la base dei praticanti e alzando il livello complessivo. Il secondo è il cambiamento nella gestione e nel clima della federazione, in cui è stato importante il ruolo di Stefano Mei che da ex atleta, conosce lo sport dall’interno e non solo in teoria. Ha introdotto una visione più moderna e meno rigida rispetto al passato, riducendo la pressione e riportando entusiasmo e normalità nell’ambiente. Ha creato un clima di maggiore fiducia e vicinanza, in cui gli atleti si sentono parte di un progetto comune e meno schiacciati dal sistema. Questo ha migliorato anche l’aspetto mentale: oggi c’è più serenità, meno paura di sbagliare e meno tensione rispetto al passato, e questo si riflette direttamente nelle prestazioni».
