Caso D’Onofrio, la realtà oltre la fiction: droga, potere e pallone

La storia di “Rambo” zeppa di misteri e di ombre molto inquietanti: come un arbitro di basso livello è riuscito a salire al vertice della procura arbitrale
Caso D’Onofrio, la realtà oltre la fiction: droga, potere e pallone

Dunque. Trasmettono questa fiction su... (scegliete voi il network) in cui un narcotrafficante, uno che procura le armi per gli spacciatori, che “lava” il danaro sporco, che minaccia torture e che nell'ambiente è soprannominato Rambo. Ecco, in questa fiction tale “personcina” è talmente importante, potente e introdotta da essere individuato come colui che decide sulla probità degli arbitri in uno dei campionati più importanti al mondo, nel caso specifico la Serie A. Come dite? Che l'hanno immaginata troppo grossa, roba da telenovela grassa e spessa in stile boliviano? Macché, neanche per idea: questa che vi stiamo per raccontare è la storia vera – verissima, da intercettazioni e prove degli inquirenti - di Rosario D'Onofrio, in arte “Rambo”, che mentre stava agli arresti domiciliari per traffico di droga è stato eletto al soglio di Procuratore generale degli arbitri italiani, vale a dire il responsabile dei provvedimenti disciplinari e della verifica della loro probità.  

Droga, potere e calcio

Sembra un film, anzi, una telenovela di quart'ordine che mette assieme droga, potere e calcio (mancano le belle donne, ma chissà...) e invece è la pura realtà certificata dalle indagini della Guardia di Finanza di Milano che ha smontato un enorme traffico di droga di cui il personaggio in questione era uno dei cardini. Stimato e temuto, tanto è vero che il soprannome è emerso dalle intercettazioni nelle quali viene descritto come un tizio da prendere con le molle, pronto a torturare con metodi da “narcos” coloro che nell'organizzazione si rendono protagonisti di qualche sgarro: «Dice che se lo prende lo tortura con corrente ... - raccontano riguardo al comportamento di D'Onofrio alcuni “personaggini” del gruppo - tanto prima o poi lo prendiamo. Dovevo ammazzarlo quel giorno... Invece mi sono fatto prendere dal dispiacere... stava morendo... mi ha detto Rambo che solo per te si è fermato». Lo stesso D'Onofrio che in un'altra telefonata si premura di non annacquare la propria fama: «Ma tu non puoi immaginare quante gliene ho date».  

La sospensione dall’Esercito

Il fatto è che questa indagine, quella che ha determinato la deflagrazione dello scandalo, è solo l'appendice di una storia personale zeppa di ombre inquietanti. D'Onofrio, arbitro di basso livello in Lombardia, ha saputo però mettere a frutto la propria capacità di gestione dei rapporti: è entrato nella disciplinare Aia nel 2013 sotto la presidenza Nicchi e il suo successore Alfredo Trentalange lo ha nominato a capo dell'ufficio che indaga su eventuali irregolarità degli arbitri. Era stato anche premiato a luglio come "Dirigente Arbitrale nazionale particolarmente distintosi" dal Comitato Nazionale dell'Associazione Italiana Arbitri. Solo che quella nomina è arrivata mentre D'Onofrio si trovava ai domiciliari dopo essere stato arrestato a maggio 2020 con 44 chili di marijuana. tra dicembre 2019 e il 20 maggio 2020, quando viene arrestato in flagranza dai finanzieri . In carcere fino al 16 settembre 2020, poi due anni ai domiciliari. Una robetta... Ah, sì, poi c'è quella storia della sospensione dall'Esercito, di cui era ufficiale, perché aveva millantato una laurea in Medicina mai conseguita. Ma che volete: la divisa e il tesserino, come emerge dalle intercettazioni, gli servivano per superare i posti di blocco quando gli toccava distribuire la droga in Lombardia, tra una valutazione e l'altra sulla probità degli arbitri. Perché questa non è una fiction sui narcos sudamericani, ma un pezzo di cronaca che coinvolge pesantemente il capo ella procura Aia: l'uomo che deve (doveva) giudicare la probità (ma dicono che entrasse pesantemente nelle questioni tecniche) degli arbitri italiani. Ed è tutto, drammaticamente, vero. 

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