© LAPRESSEMaria Sole Ferrieri Caputi è un pezzo di storia d’Italia, in fondo. Precisamente dal 28 aprile 2024: indietro, fortunatamente, non si torna più. È stata la prima donna ad aver arbitrato una partita di Serie A. Ma è molto di più del suo ruolo nel calcio. Triennale in Scienze Politiche, Magistrale in Sociologia, dottoressa di ricerca in Formazione della persona e mercato del lavoro e dal 2017 lavora come ricercatrice in ADAPT, l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali fondata da Marco Biagi. Parlare con lei è un tuffo nella normalità: piedi per terra, idee chiare sul presente e sguardo fiero verso il futuro. 35 anni appena compiuti, è una professionista che sa di poter essere una guida grazie al suo esempio quotidiano. Grazie al lavoro che, sì, è riuscita a nobilitarla. Quali sono le donne che l’hanno ispirata? “In famiglia ho avuto dei grandi esempi, da mia madre alle mie zie. Donne che hanno sempre studiato e lavorato, si sono costruite da sole il loro percorso professionale. Per quanto riguarda me posso dire di aver avuto la fortuna di essere libera di scegliere le mie passioni. Ho cercato di seguire le orme di Carina Vitulano: è stato un riferimento per noi arbitri insieme a Silvia Spinelli. Carina arbitrava, lavorava da ingegnere, è mamma di due figlie ed è livornese come me, l’ho guardata con occhi diversi. Ma mi hanno ispirata anche le Olimpiadi”.
"Ho voluto essere uguale"
A chi si riferisce? “Penso a Federica Pellegrini: sogno un giorno di poter arbitrare alle Olimpiadi proprio perché ho questo ricordo di Atene e delle sue imprese”. C’è stato un momento della carriera in cui ha dovuto dimostrare che l’essere donna non avrebbe mai potuto rappresentare un limite? “Sì, col mio vecchio presidente regionale. Arbitravo in Eccellenza, il primo anno non andò benissimo. Però mi sono imposta. Ai tempi le donne non facevano i test dedicati agli uomini. Ho voluto a tutti i costi essere uguale. Pensavo: 'Se non mi vogliono è perché non sono brava, non perché non rientro negli standard atletici'. Performando come gli uomini mi sono garantita l’accesso alle categorie superiori: ho potuto dimostrare il mio impegno e la mia determinazione, così mi si sono aperte le porte della Serie D”. Si è mai sentita di dover dimostrare di più degli uomini? “Mi sono sentita di poter sbagliare meno, soprattutto all’inizio, questo sì: mi riferisco all’opinione pubblica in particolare. In una certa fase del percorso pensavo di dover dimostrare di più, ma perché me lo sono autoimposta. Negli ultimi anni, però, il nostro movimento è cambiato: stanno crescendo ottimi arbitri, ci sono ragazze davvero brave”.
