© APSIn campo non vanno i soldi. Ripetiamocelo come un mantra fino a crederci e, dopo un profondo respiro, affrontiamo la Football Money League e la distanza che separa il nostro calcio dall’élite. L’annuale report di Deloitte, che mette in fila i fatturati dei club europei, non dice tutta la verità sullo stato di salute dei club e del movimento in generale, perché è una classifica dei guadagni delle società, non tiene quindi conto dei i costi e neppure dei debiti, ma resta un indice comunque indicativo della potenza di fuoco dei principali attori del calcio. E la Football Money League vede i tre principali club italiani fuori dalla top ten (Inter 12ª, Milan 15°, Juve 16ª) con un consistente distacco dai top club, con cui competevano a livello economico fino a 10 anni fa e dei quali erano addirittura più ricchi 20 anni fa. Il declino economico (e conseguentemente tecnico) del calcio italiano è messo bene a fuoco dai numeri.
Blancos al comando
Il Real Madrid fattura, per il secondo anno consecutivo, più di un miliardo di euro, in una stagione che non lo ha visto vincere né la Champions (uscito ai quarti) né il nuovo Mondiale per club (semifinale); per contro, l’Inter nella sua stagione più ricca di sempre (e difficilmente ripetibile) è arriva a 537,5 milioni, meno della metà del Real e comunque lontanissima dalle squadre che vanno dal secondo posto (Barcellona a 974 milioni) al nono posto (Tottenham 672).
Ma... non avevamo detto che i soldi non fanno la felicità? Sì, ma ci vanno i giocatori che, in linea di massima, più sono bravi più si fanno pagare. E le nuove regole Uefa dicono che per i giocatori (ammortamento e ingaggio) puoi spendere il 70% di quello che guadagni. Quindi, sì, i soldi non vanno in campo, ma se il Real può spendere 812 milioni di euro tra ingaggi, l’Arsenal 574, il Tottenham 470 e l’Inter 371 (Juve e Milan 280), secondo voi i migliori giocatori dove andranno?
La classifica fotografa brutalmente il nuovo ordine calcistico europeo, le nuove regole del FairPlay finanziario ne inchiodano per sempre le gerarchie, perché la competizione che distribuisce più soldi, cioè la Champions League, tende a premiare le squadre più forti, quindi quelle che possono permettersi i giocatori migliori e che, qualificandosi più facilmente per la Champions, diventeranno più ricche e quindi diventerà più ricco il loro “70%”, aumentando in perversa concatenazione la loro potenza di fuoco sul mercato e il divario con le altre.
Effetto Premier League
E poi c’è l’effetto Premier, il campionato più ricco del mondo che, da dieci anni, ha staccato tutti gli altri nella vendita dei diritti tv (che valgono quattro volte quelli italiani e due quelli spagnoli). Non è un caso se, su 20 club della Money League, 9 siano inglesi. E, va bene, ripetiamolo ancora una volta: i soldi non vanno in campo, ma si nota una sinistra analogia con il classificone della Champions, nel quale su sei club inglesi iscritti, cinque sono tra le prime otto che passano direttamente agli ottavi. Praticamente hanno trasformato la Champions in una FA Cup con qualche ospite internazionale, tipo Sanremo.
E, attenzione, non è solo una questione di diritti tv, perché la Money League ci dice una cosa molto interessante. I ricavi commerciali, per il terzo anno consecutivo, sono la quota più significativa dei ricavi totali. E il report spiega: «I principali fattori trainanti di questo risultato sono stati l’aumento dei ricavi da sponsorizzazioni e l’utilizzo di stadi nei giorni senza partite. Un cambiamento significativo nei modelli di business di alcuni club, che si stanno concentrando su un maggiore utilizzo degli stadi attraverso un’offerta di intrattenimento diversificata. Birrerie, ristoranti, hotel e altro stanno diventando più comuni, a dimostrazione dell’importanza di ampliare le opportunità di generazione di ricavi, evidenziando che il marchio e le strutture delle società continuano a evolversi e ora vanno ben oltre ciò che accade solo sul campo». Sì, è un’evoluzione davvero interessante.
Gli stadi dove sono?
Certo, c’è quel minuscolo dettaglio che servirebbero gli stadi, intesi come strutture moderne e non pericolanti vestigia di un passato sempre più remoto. Quando si ripete, fino a essere stucchevoli, che costruire gli stadi è condizione imprescindibile per evitare l’implosione definitiva del calcio italiano, si intende proprio questo. Ma, tolte le eccezioni di Juve, Udinese e Atalanta, restiamo incontrastati campioni mondiali di rendering e siamo la Nba degli intoppi burocratici.
Al di là della politica, le responsabilità si devono dividere fra le governance degli ultimi vent’anni in Figc, Lega e club. Chi ha guidato il calcio italiano lo ha fatto senza una vera e concreta progettualità, vivendo alla giornata con spensierata creatività finanziaria, ubriacandosi dei risultati sportivi estemporanei, spacciandoli come segnali che il sistema in fondo funzionava e, invece, scivolava in basso. Oggi, la classifica dei ricavi sbatte in faccia la realtà che i tifosi hanno già annusato nelle ultime campagne acquisti: siamo più poveri e non possiamo più permetterci i migliori del mondo (tranne rarissime e fugaci eccezioni). Le nostre grandi devono accontentarsi di quarantenni scartati dai top club europei, oppure provare a prendere (senza riuscirci) il centravanti della tredicesima in classifica della Premier. Questo è lo scenario e sarebbe bello che tutti se ne rendessero conto, dai tifosi in su. Poi, è verissimo, i soldi non scendono in campo ed è la più profonda delle ragioni che rendono il calcio bellissimo. Ma è dura, oh se è dura, per il calcio italiano.
