Ha perso l’ultima battaglia, ma ha vinto nella vita. Un inchino a Mircea Lucescu, uno di quegli uomini dal sorriso che non conosce confini, un sorriso non solo sulle labbra ma dentro di sé dove annidava umanità, garbo, la qualità dell’essere e non dell’apparire. Ha chiuso la vita a 80 anni, dopo qualche giorno di coma indotto, ricoverato da una settimana dopo aver provato l’ultima emozione della vita che più amava, quella che compendiava calcio e mondo del pallone. Era andato in panchina, il 26 marzo, a 80 anni e 240 giorni, età da record per un ct, per guidare l’ultima speranza della nazionale rumena verso i mondiali. Ma gli è andata male nella semifinale playoff contro la Turchia. Aveva rischiato del suo, perché poco tempo prima si era prodotto in un dentro-fuori dagli ospedali. L’età, il fisico gli dicevamo di fermarsi. Ma lui ci ha provato, ha chiuso la sua storia soffrendo sulla panca. Poi è finito in ospedale, il cuore stava mollando, la federazione rumena non gli ha risparmiato l’umiliazione dell’esonero. Ed alla fine Lucescu se n’è andato, lasciandoci in ricordo una splendida storia di vita iniziata il 29 luglio 1945 a Bucarest.
Lucescu ed il ruolo di match analyst
Un tecnico che ha sempre creduto al calcio, ma con l’intelligenza di chi non vive di solo pallone: amava l’arte, la buona cucina, parlava sei lingue (rumeno, russo, francese, italiano, portoghese,inglese). Il suo italiano era invidiabile, gli piaceva l’Italia dove ha guidato Pisa, Brescia, Reggiana e Inter. Si era comprato una casa sul lago di Garda: ogni tanto tornava. Mai ha avuto gran fortuna se non con il Brescia dove è stato amato ed apprezzato. E’ stato innovatore e visionario, furbo e rivoluzionario. Ti guardava con occhi che brillavano, ti lasciava intendere quanto gli bolliva dentro il piacere del suo mestiere e del suo vivere. Cercò un modo per studiare il calcio e inventò il “match analyst. Ci provò facendo scuola a dei ragazzini. Quando arrivò a Pisa, nel 1990, chiese al presidente Anconetani non bonus, bensì un video registratore. La storia del calciatore è stata ricca di successi nella sua nazione, era un’ala che confezionava cross da sinistra. Con la Dinamo Bucarest vinse sei titoli ed una coppa di Romania. A Mexico ’70 mise al braccio la fascia di capitano della nazionale e conservò come cimelio la maglia scambiata con Pelè.
Inter, Brescia e...Shakhtar: la carriera di Lucescu
Ma il bello è arrivato sedendo in panchina: intuì il talento di Pirlo e lo difese da un esordio poco fortunato, fece dello Shakhtar un Brasile d’Ucraina. Palpava la bravura prima di altri: e così parlò di Calhanoglu, Mikhitaryan, Fernandinho, Douglas Costa, sentenziò che Simeone sarebbe diventato un grande allenatore. Ha collezionato 115 panchine in Champions League ed è stato ct della sua nazionale in due periodi: dal 1981 al 1986 quando eliminò l’Italia campione del mondo dall’Europeo 1984, eppoi i questo suo finale di stagione dal 2024 al 2026. Parlano i numeri: 36 trofei alla guida di 8 squadre. Ma anche gli episodi sfortunati come quello che lo coinvolse all’Inter: quando Moratti scaricò Gigi Simoni che aveva appena ritirato il premio della panchina d’oro, e chiese a Mazzola di assumerlo. Il 30 novembre 1998 Lucescu prese l’aereo per Milano, si ritrovò in una squadra ricca di talento ma di troppe correnti di spogliatoio. Toccò con mano i pregi e le follie di Ronaldo. C’erano Zamorano, Simeone e Baggio oltre agli altri. Ma durò poco: sconfitto dal Manchester United in Champions, una disfatta in campionato contro la Sampdoria e decise di dimettersi: non gli era sfuggito il tradimento di tre-quattro giocatori. Gli andò meglio con il Brescia, dove Gino Corioni gli affidò la ricostruzione del Brescia che vinse il campionato di Serie B. Poi retrocesse ma Brescia era la sua reggia italiana
