La Chiesa, la curva e le lezioni di Baresi

Tremila cuori non solo rossoneri a Sant’Ambrogio per i funerali del capitano, campione di tutti

Il funerale di Franco Baresi è un rito sincretico che unisce la Fede in Dio e la fede per una squadra; la Chiesa e la Curva; senza blasfemia né profanazioni, ma anzi rappresenta in modo plastico davanti ai nostri occhi e, forse, ai nostri cuori, cosa può significare il calcio per milioni di persone. Quanto profondamente muova l’anima, così da rendere i suoi riti contigui a quelli religiosi. Il silenzio all’interno della Basilica di Sant’Ambrogio (simbolo milanese ancora più intimamente autentico del Duomo) e i cori che risuonavano all’esterno sembravano, infatti, separare le due dimensioni della cerimonia, ma tutto finiva per fondersi perché, da una parte, la sacralità del luogo rendeva più composti i tifosi che cantavano e, dall’altra, quelle voci all’unisono invadevano inevitabilmente le mura millenarie con reminiscenze gregoriane.

Non camminerai mai solo

Perfino la canzone scelta dagli ultrà rossoneri per accogliere il feretro, un classico da stadio, ha parole che potevano adagiarsi senza sacrilegio su quel venerabile sagrato: “You’ll never walk alone” (Non camminerai mai solo), che normalmente risuona a Anfield Road e al Celtic Park e recita «Quando attraversi una tempesta, tieni la testa alta e non aver paura del buio: alla fine della tempesta c’è un cielo dorato. Cammina, vai avanti, con la speranza nel cuore e non camminerai mai solo». Si camuffa serenamente nel libro dei salmi, no? Il calcio è questa roba che ci fa piangere per una persona che non abbiamo mai conosciuto, ma è parte della nostra famiglia, perché abita nella nostra anima, ma anche, molto più concretamente, nella nostra casa, dove entra attraverso la tv, i poster alle pareti, i giornali e, ultimamente, i telefonini.

"Franco ci ha insegnato che è possibile diventare grandi"

Franco Baresi, poi, è uno che ha sempre chiesto permesso. Perché aveva, sì, lo sguardo severo e il viso spartano, ma tutto in lui trasmetteva educazione e rispetto. «Franco ci ha insegnato che è possibile diventare grandi, grandissimi, restando piccoli, e che, in un certo modo di restare piccoli, si fa evidente tanta grandezza: la sua grandezza». È perfetta la sintesi dell’abate di San’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini: non c’era superbia nella leadership di Baresi, ma il senso di responsabilità nei confronti della squadra, della sua squadra, come una specie di padre nei confronti della sua famiglia. Ma davvero un calciatore può insegnarci qualcosa? O la potenza emotiva del calcio, il suo assomigliare - appunto - a una religione, ci fa innalzare falsi idoli? Ha senso che una folla immensa si raduni per strada, il 4 d’agosto, con un caldo pericoloso, per salutare uno che, in fondo, ha giocato a pallone per tutta la sua vita, senza scoprire una cura per una malattia o aver fatto qualcosa di importante per la pace nel mondo? Il dubbio è lo stesso che striscia ogni volta che il risultato di una partita ribalta l’umore di milioni di persone più di cose più serie e importanti; ogni volta che il rotolare di quella palla distrae i popoli dai loro veri problemi.

Maestro di vita

Eppure è così. Succede e basta. Forse perché il calcio, in ogni suo dettaglio, è la più universale delle metafore della vita. E quindi, sì, anche un calciatore può insegnarci qualcosa. A patto di crederci, di vivere il rito laico della partita con trasporto religioso, riponendo negli uomini in campo le nostre speranze, anche le più disparate e strane. Baresi, per la cronaca, non voleva insegnare niente a nessuno. La vita l’aveva imparata senza la presunzione di volerla poi spiegare a qualcun altro. Eppure era serio e prendeva le cose seriamente. Lo racconta la sua storia professionale che inizia in un calcio che marca a uomo e vede il suo apogeo in un calcio che marca a zona. Lui, difensore, ha imparato un mestiere e poi lo ha dovuto disimparare per impararne un altro. Non fatto una piega, «lù l’ha fà, gnanca un plissé» come il Palo di Jannacci, si è messo lì e c’è riuscito meglio di tutti gli altri, fino a diventare un mito per i difensori del mondo, un esempio, appunto. Quindi sì, anche se un uomo o una donna hanno solo tirato calci a un pallone (e qualche volta agli avversari), ci si può ispirare a loro. E si può pensare che Baresi abbia qualcosa da insegnarci con la sua parabola di vita, durata molto poco, ma in modo molto intenso.

L'omaggio di Bergomi

E pure i suoi funerali ci lasciano un’eredità di pregio con quel momento in cui Beppe Bergomi, storico capitano dell’Inter, ha letto la Prima Lettura della liturgia funebre. Proprio lui, nonostante ci fossero decine di leggendari compagni milanisti nella basilica. Una lezione di vita a chi, per il calcio, si scanna, anche e soprattutto, sui social. «Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti», aveva brillantemente aforizzato Ennio Flaiano, ma forse non ci aveva preso, perché, per chi lo ama davvero, il calcio sta nella classifica principale e, a occhio, in zona Champions League. Buon viaggio Franco, non camminerai mai solo.

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