Benissimo, ma adesso trovate le differenze

Gianni Infantino ed Aleksander Ceferin, tanto diversi quanto uguali: le due facce della stessa medaglia che non piace a nessuno

Ma davvero c’è questa profonda differenza tra Aleksander Ceferin e Gianni Infantino? O solo a me pare l’intramontabile gioco della Settimana Enigmistica “Aguzza la vista”, nel quale si devono trovare le dieci piccole differenze tra due vignette sostanzialmente identiche. Cioè, se Infantino è il Donald Trump del calcio, non è che Ceferin ne sia il Nelson Mandela. Governano le rispettive istituzioni in modo, diciamo, “deciso”; vogliono massimizzare i ricavi dalle competizioni che organizzano (a costo di aumentare il numero delle partite o concedere agli sponsor qualsiasi cosa); cercano appoggio economico e politico ad alti livelli; puntano ad allungare il più possibile il loro regno. E, sì, ci sono temi scivolosamente etici in ballo, ma non sono neppure i leader di organizzazioni malavitose. Il calcio va in quella direzione e loro assecondano l’onda, generata dall’enorme quantità di soft power (che da sempre genera il calcio) e dall’enorme quantità di denaro (che il calcio genera da trent’anni, quando ha smesso di essere sport per diventare intrattenimento).

Infantino-Ceferin, un duello che non convince nessuno

Il problema è che inizia a essere stucchevole il fatto che, da due mesi, Infantino e Ceferin si facciano la guerra e, come accadrebbe in una scuola dell’infanzia, si sfidano pubblicamente a chi ha più amici, sfoggiando comunicati o post sui social. Fifa e Uefa esistono perché appassionati di calcio in tutto il mondo possano godere di partite di alto livello e ben organizzate. Il resto è politica, anzi no, sono giochi di potere che scaldano pochino i tifosi. Fatico moltissimo a immaginare che, in questa torrida estate, ci sia qualcuno di loro che, tra calciomercato e inizio dei campionati, si domandi ansioso se Infantino verrà destituito o vincerà le elezioni di marzo. Sì, Infantino, prima e durante l’ultimo Mondiale, ha sbagliato clamorosamente delle mosse (il premio per la pace a Trump e la cancellazione della squalifica di Balogun) che lo hanno reso inviso alla maggioranza di chi segue il calcio. Se ci fossero elezioni popolari pagherebbe duramente quegli scivoloni, ma votano i 211 presidenti delle federcalcio mondiali, seguendo i propri interessi, le proprie convenienze, le proprie strategie diplomatiche. E il bene del calcio? Forse perfino quello! 

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