TORINO - Mentre varcava i cancelli della Continassa, ieri Damien Comolli era già consapevole del suo destino. Non è stato colto impreparato, non nelle ultime ore: l’amministratore delegato aveva ormai maturato la consapevolezza che questa strana estate avrebbe preso la piega peggiore possibile, la stessa che credeva di aver scampato solamente tre settimane fa. Non era così, evidentemente. L’idea non si era smaterializzata dai ragionamenti di John Elkann, che ha trovato in Giovanni Carnevali un rifugio sicuro: conosce il mondo in cui è immerso, sa amministrare un club, e sa unire rapporti e diplomazia come pochi in Italia. Serviva andare sul sicuro, in fondo. E nessun altro ha dato quel tipo di sicurezze. Di sicuro, non l’ha fatto Comolli in questi mesi, dodici esatti, durante i quali ha provato a cambiare la Juventus dall’inizio alla fine, dalle dinamiche interne - business, comunicazione, finanche il marketing - a quelle puramente di campo, dove ha tentato di applicare lo stesso modus operandi che ha fatto le (sue) fortune al Tolosa. Risultati: promozione in Ligue 1, una coppa di Francia, al massimo 11° in campionato.
Tante aspettative, tutte più o meno disilluse
Per un approccio rivoluzionario: i dati e le statistiche a guidare il mondo, quel fare ingegneristico che all’Ingegnere per eccellenza è sembrato un buon modo per entrare nel futuro e per farlo comunque da Juventus, cioè centrando l’obiettivo. Quante aspettative. Tutte più o meno disilluse. Perché oltre ai risultati mai arrivati - sesto posto in campionato, non capitava da prima dell’inizio dell’era dei nove scudetti -, neanche i conti sono tornati. Al francese è stata anzi imputata una gestione controversa del mercato, appaltato ai procuratori più vicini, oltre allo smantellamento dell’intera area scouting, affidata invece a consulenti esterni e legati alla Scouting Department di Riccardo Pecini, tra i primi a mostrarsi alla Continassa nei giorni caldissimi dell’insediamento. Nulla è passato inosservato, alla Continassa. Niente è stato dimenticato. Dal lungo e invano corteggiamento a Kolo Muani (su cui era tornato anche quest’estate) alla gestione della conferma e poi esonero di Tudor, passando necessariamente per il finale di stagione turbolento. E i rapporti con Spalletti.
