TORINO - Geometria e polmoni al servizio dell’Olympiacos, dove oggi detta i tempi del gioco con la naturalezza che è solita appartenere ai veterani del pallone. E pensare che Christos Mouzakitis, da bambino, viveva l’area piccola come il suo regno. Portiere per vocazione o per istinto, finché un infortunio all’occhio non lo ha messo davanti al primo bivio della vita. Quel giorno non ha perso una posizione: ne ha scoperta un’altra, in mezzo al campo. Da allora non ha più smesso di vedere tutto prima degli altri. Dalla Youth League vinta battendo ai rigori il Milan di Abate, al campionato greco conquistato l’anno successivo: un ascesa verticale che Tuttosport omaggerà stasera conferendo al talentino greco il Golden Boy Web, il premio che ogni anno (tenendo conto dei voti del pubblico online) Tuttosport assegna al miglior talento Under 21 d’Europa. Quando lo videochiamiamo dalla sala Conferenze di Tuttosport, Christos rimane colpito dalle gigantografie fotografiche appese sui muri: da Alessandro Del Piero a Usain Bolt, passando per Zanetti e Mbappé. E allora se ne esce così: «Mi pare di vedere che lì dietro ci sia posto per un altro poster. Se per voi non è un problema, mettete pure il mio faccione (ride ndr.)». Poi però si ricompone, e torna il ragazzo umile ed educato delle giovanili dell’Olimpyacos. Quello che a margine del match di Champions perso 4-3 con il Real non osa avvicinarsi ai totem blanchi per chiedergli la maglia…
Yildiz, Bellingham e il retroscena
Che effetto le fa pensare che questo premio, prima di lei, lo ha ricevuto gente del calibro di Kenan Yildiz e Jude Bellingham? «Fatico ancora a crederci. Per me era già incredibile poter essere nella classifica. Vincere non ha davvero prezzo. Stimo tantissimo i vari candidati, a cominciare da Kenan. Di lui mi piace tutto: ha solo 20 anni, eppure gioca con una qualità impressionante». Come ha scoperto di averlo vinto? «Ero in ritiro con la Nazionale e mi stavo riposando in camera dopo l’allenamento. A un certo punto il telefono ha iniziato a illuminarsi tra messaggi e chiamate. Non potevo immaginare cosa stesse succedendo, così ho messo il silenzioso e ho continuato a dormire. Il risveglio, come può immaginare, è stato magico…». E nello spogliatoio come l’hanno omaggiata? «Prima del rientro dalla sosta, sono andato con dei miei compagni di Nazionale in un bar e abbiamo festeggiato tutti insieme. Ora mi tocca farlo con quelli dell’Olympiacos: appena ci sarà occasione li porterò fuori a cena per ringraziarli». Ha già scelto il ristorante? In onore del Golden Boy l’ideale sarebbe un bell’italiano… «Non ancora, ma opterò per il greco, la mia cucina».
"Ora sono per tutti il Golden Boy. Un onore"
Le congratulazioni più belle? «Direi in generale quelle dei miei amici e compagni di squadra. Mi hanno detto che questo è solo l’inizio e di continuare a credere fortemente nelle mie qualità, perché il bello deve ancora arrivare. Poi, ovviamente, ci scherzano tutti su: ormai al centro di allenamento nessuno mi chiama più per nome, ora sono per tutti il “Golden Boy”. Un onore». Ha già trovato in casa il giusto posto per il trofeo? «Ci sto riflettendo, ma sarà di certo in bella mostra: voglio poterlo guardare ogni giorno per ricordarmi chi sono e dove voglio arrivare». Certo, da un grande potere derivano grandi responsabilità. Non teme, da qui in poi, di avvertire più pressione per via delle aspettative? Questo premio, inevitabilmente, catalizzerà su di lei molti più riflettori… «A essere sincero, il mio punto di forza risiede proprio nel non farmi schiacciare dalla pressione. Negli anni ho imparato a gestirla, a canalizzarla… Questo premio speciale sarà d’aiuto in termini di consapevolezza. Mi spingerà a lavorare ancora più sodo per gli obiettivi che mi sono prefissato. Gioco nell’Olympiacos, il club più grande del mio Paese. Sono abituato a sentirmi sotto esame e a impegnarmi per non tradire chi crede in me».
La superstizione e l'idolo di sempre
E quali sono? «Semplice: vincere la Champions League e partecipare al Mondiale con la Grecia. Non chiedo altro». Vincere nello sport - come nella vita - comporta dei sacrifici. A cosa ha rinunciato per poter giocare a questi livelli? «È un mix di cose, che spazia dalle abitudini alimentari a quelle di routine: mangiare bene e dormire tanto per poter essere lucidi e tonici in partita come in allenamento. Solo così si diventa dei veri professionisti. Poi una cosa che mi ripeto sempre è cercare di essere sempre me stesso, senza fare paragoni con altri giocatori». Ci racconti qualcosa in più di lei: è superstizioso? «Assolutamente sì, ma faccio dei rituali semplici: entro in campo con il piede destro e prima della partita ascolta dall’inizio alla fine la mia playlist per caricarmi». C’è un aspetto del suo gioco che, se potesse, cambierebbe del tutto per diventare più forte? «Devo crescere tanto a livello fisico. Sono ancora indietro sotto questo aspetto. Diventare più forte fisicamente e prestante nei 90 minuti». Il suo idolo di sempre è Luka Modric. C’è invece in Europa un coetaneo con cui sente che possa nascere una bella rivalità? «Direi Arda Guler, anche se siamo due giocatori diversi: lui è più offensivo. L’ho incrociato da poco in Champions e durante la partita è capitato di scambiarci qualche battuta. Ha un gran futuro davanti: sono sicuro che ci affronteremo molte altre volte. Non vedo l’ora di batterlo».
La partita con il Real e il futuro
A proposito di quella partita: c’è un altro giocatore che da vicino l’ha impressionata? «Parliamo del club più grande della storia del calcio. I loro giocatori sono nel miglior momento della carriera. Hanno alieni come Mbappé e Vinicius. E poi anche i vari Camavinga e Valverde: erano ovunque». Cosa vi è mancato per vincerla? «Contro questi giocatori ogni errore si tramuta in gol. Abbiamo concesso troppo». Lei ha iniziato in porta, prima dell’infortunio all’occhio e del conseguente dirottamento in mezzo al campo. C’è qualcosa di quel ruolo che le è rimasto addosso? «Quando giochi in porta, oltre ad avere una visione privilegiata su quel che succede in campo, sai che il minimo errore può affossare tutta la squadra. Devi assumerti una dose di responsabilità maggiore rispetto a quella dei tuoi compagni. E questo credo che mi sia stato d’aiuto nel mio ruolo. Giocare in porta mi piaceva. Se non fosse stato per quell’incidente magari oggi giocherei nella seconda divisione greca (ride, ndr). Scherzi a parte, credo che sarei troppo basso per poter giocare ad alti livelli in quel ruolo». E chi era il suo idolo tra i pali? «Van Der Sar, un gatto». In estate l’Olympiacos ha respinto le avances di diversi club europei interessati al suo cartellino. Ce n’è uno in cui in futuro potrebbe non essere in grado di dire no? Il club dei suoi sogni. «Il Real è il Real…».
