Gama avverte: "È il momento di fare sistema"

L'appello della vicepresidente dell'Aic: "Le componenti federali devono ognuna fare un passo indietro"

Dalla sua ha l'esperienza vissuta non solo in prima persona, ma anche sempre in prima linea. Fatta di muri abbattuti, di pregiudizi sciolti come neve al sole, di ambizioni sempre ben ancorate a formazione continua e meticolosa. E poi, certo, ha l'amore, quello folle, per quel pallone che l'ha conquistata sin da bambina, l'ha resa simbolo di una Nazione e Nazionale e oggi l'ha portata a diventare uno dei dirigenti sui quali si fa più affidamento per dare una svolta al sistema calcio italiano. Ecco perché, sul palco dell'European Golden Boy di Solomeo, con Sara Gama i temi toccati sono stati molti. E avrebbero potuto essere ancora di più.

Fare sistema

«Partendo da un principio, questo è il momento di “fare sistema”. Sta per partire un nuovo corso e credo che tutte le componenti del mondo del calcio debbano fare un passo indietro e condividere una visione, lavorare per creare un bene che possa portare i suoi frutti nel futuro». Il riferimento è certamente alla Nazionale, per la terza volta assente all’appuntamento Mondiale, ma in realtà vuole abbracciare tutti i livelli, compreso e a partire da quello della base. Lì, dove tutto nasce, dove il calcio si conosce, si scopre, si impara. Nella fascia d’età 5-12 anni in cui un dato eloquente dice che in un’ora di allenamento, in Italia si fanno 6 minuti con il pallone tra i piedi, in Spagna 15: «Sicuramente c’è qualcosa da rivedere su come decidiamo di crescere i nostri ragazzi e le nostre ragazze - ha esordito Gama -, ma in questo caso tutto parte da come formiamo i formatori. È una richiesta della stessa Aiac quella di inserire i tecnici Uefa C di base obbligatori nelle scuole calcio, perché non sempre è così e troppo spesso accade che noi formiamo e poi esportiamo allenatori di alto livello, ma quando si tratta di allenare i nostri ragazzi non mettiamo la stessa cura». La proposta è di garantire qualità e, in generale, strumenti ai club in modo che possano, internamente, crescere al meglio gli atleti nei settori giovanili, «attraverso strutture adeguate e anche giusti incentivi, rivedendo magari la distribuzione dei sostegni legandoli strettamente a criteri precisi e non facendoli cadere a pioggia, bensì solo su chi veramente vuole lavorare in un certo modo sui vivai e allevare in casa talenti da cui un domani anche la Nazionale potrà attingere».

 

 

Criteri più precisi

Con un’attenzione, da vice presidente dell’Aic che è il ruolo che Gama ricopre oggi, rivolta sempre anche agli atleti, nello specifico a quelli delle squadre Primavera, i cui dati dicono che, alla fine di quel ciclo, solo il 2% arriva in Serie A, il 5% in B e il 18% in C: «Sono numeri rilevanti e allarmanti che noi riportiamo anche nei nostri corsi di formazione ai ragazzi, per prepararli a essere ben pensanti e a curarsi sin da subito anche il loro post carriera, visto che sono pochi quelli che riescono ad entrerà nell’élite». La necessità di “criteri più precisi” Gama l’ha evidenziata anche di fronte alla panoramica del numero di club professionistici che ci sono in Italia (100) rispetto a quelli delle altre big d’Europa, Spagna (42), Inghilterra (92), Francia (36), Germania (56): «Più che parlare di riduzione dei numeri, parlerei di criteri di ammissione ai campionati, di un percorso virtuoso che serva a certificare il fatto che un club possa poi sostenere tutto ciò che il sistema richiede». In vista dell’Europeo 2032, Gama ha, inoltre, evidenziato la centralità delle strutture, «il resto del mondo corre e noi dobbiamo togliere un po’ di burocrazia che a volte diventa freno anche di fronte alla volontà di presidenti che hanno chiara l’importanza di dotarsi di stadi così come di strutture di allenamento adeguate». Che rappresentano solo la punta di diamante, perché «Servono anche infrastrutture di prossimità sparse sul territorio. La Federazione può essere parte attiva di un grande progetto per costruire e ristrutturare impianti, assumendo un ruolo di servizio per la comunità. Il calcio ha bisogno di altri e nuovi spazi, i playground sul modello americano, ma anche le palestre e quindi le scuole. Riportarlo lì, accessibile, nei luoghi della quotidianità. Anche questo è un modo per coltivare il talento».

 

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