È già successo, nello sport, e ancora succederà. A volte un appuntamento di campo piomba all’interno di scenari internazionali che nulla o poco hanno a che vedere con un goal o un contrasto acceso in area di rigore, per non dire con un pallonetto o una volée riferendoci alla disciplina che più di altre attira oggi l’attenzione degli appassionati e nel 1976 fu al centro del caso politico circa l’opportunità o meno di andare in Cile a giocare la finale di Coppa Davis. In quella stagione ormai lontana ma non dimenticata, a Santiago del Cile sotto la dittatura di Pinochet, gli azzurri capitanati da Nicola Pietrangeli scesero in campo, con le fatidiche “magliette rosse” e vinsero la mitica “insalatiera” che è rimasta l’unica prima del doppio successo delle ultime due stagioni colto a Malaga, con una formula della manifestazione decisamente rivisitata. Lo fecero nell’Estadio Nacional, lo stesso dove il dittatore cileno aveva tenuto prigionieri nel 1973 gli oppositori del colpo di stato. Tra gli eroi di quella vittoria sportiva, rimasta negli annali e romanzata in tutte le sue possibili fattezze, in primo piano ci furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci, singolaristi e doppisti non solo in campo e nella vita, ancora oggi.
Bertolucci: "Rispetto dei Popoli"
Paolo Bertolucci ha le idee chiare sull’opportunità o meno di giocare questa sera Italia–Israele nelle qualificazioni mondiali: «Non bisogna mai confondere i Popoli con coloro che li guidano. Israele oggi non deve essere identificata come Nazione e Popolo con Netanyahu così come il Cile dell’epoca non doveva essere inscindibilmente associato a Pinochet. Credo sia giusto che la partita Italia–Israele venga disputata. Così come è stato giusto per noi andare in Cile e giocarci la Davis che avevamo meritato sul campo. Ci sono organi superiori che eventualmente devono intervenire ed escludere una Nazione da una competizione, come è accaduto nel caso della Russia in seguito al conflitto con l’Ucraina. In tutto ciò ribadisco il concetto secondo me fondamentale che deve guidare le scelte e le decisioni, anche nello sport. Quello del profondo rispetto dei Popoli».
Panatta: "Porte dello sport sempre aperte"
Anche nelle parole di Adriano Panatta, che a Santiago del Cile volle lanciare una provocazione, appunto quella della prima parte del doppio giocato con la maglietta rossa, condivisa con il compagno di nazionale Bertolucci, emerge il concetto di sport quale veicolo di messaggi universali, di dialogo e non chiusura: «Non sono mai stato per lo sport a porte chiuse, anche metaforicamente parlando: lo sport deve tenere le sue porte aperte, sempre. Il match tra Italia e Israele capita nei giorni che tutti ci auguriamo siano decisivi perché non si muoia più per atti di terrorismo o sotto i bombardamenti. Non giocare sarebbe come chiudere, o tenere chiusa, una porta. In fondo, ciò che fra molte e diverse speranze ci spinse in Cile, per la finale della Davis del ‘76, fu anche quella di tenere sempre aperte le porte dello sport, che sono un modo per dialogare e anche per dire ciò che pensiamo».
