
«Gesù è un allenatore che non ti incastra in un sistema di gioco o in uno schema. Ti prende come sei e cerca di valorizzare al meglio le tue caratteristiche per il bene della squadra. È un allenatore moderno, ma non di quelli dogmatici. Per lui contano di più i giocatori». Non è una candidatura per la panchina azzurra, meglio specificarlo di questi tempi, ma un pezzo di una bellissima storia di calcio e vita, che forse è meglio raccontano dall’inizio. Tutto inizia da Gravina. La città. Meglio specificare anche questo, in ‘sti giorni. Graziano nasce lì, nel 1974, e si innamora presto del calcio. «Mi ricordo il Mondiale del 1986 in Messico, visto di notte; la Roma di Falcao, Pruzzo e Conti, di cui ero tifoso; le infinite partite giocate per strada con i miei amici». È nella bellezza senza ritocchi del pallone Anni 80 che Graziano diventa un giovane calciatore. «Mi notano mentre gioco con gli amici e mi tirano dentro nella Polisportiva Gravina, la squadra più povera del paese, quella del popolo, non si doveva pagare e si poteva giocare. Così ho conosciuto il mio primo allenatore, una specie di secondo papà, con il quale ci sentiamo ancora adesso. E così ho definitivamente acceso la mia passione per il calcio: regista davanti alla difesa, ispirato da gente come Ancelotti, Giannini e Albertini».
Gli inizi nel calcio professionistico e l’esperienza con Del Piero
Raccontata così, è un incipit piuttosto convenzionale di carriera. E, infatti, è molto simile a quello dei ragazzi che Graziano (di cognome Lorusso), trova nel Bologna, dove finisce a giocare in seconda media, ma anche nelle nazionali giovanili, come l’Under 17 con la quale partecipa al Mondiale del 1991. Nell’elenco dei convocati, il suo nome compare insieme a quello di un certo Alessandro Del Piero che gioca nel Padova e poi Alessandro Birindelli (Empoli); Luigi Sartor (Juve); Matteo Sereni (Samp); Mirko Conte (Inter)… tutta gente che si farà. «Ero andato via di casa a 13 anni, tra le lacrime di mia mamma e la perplessità di mio padre. Vengo da una famiglia umile, era difficile per loro mettere a fuoco quella novità. Famiglia umile, sì, ma con valori importanti». E proprio quei valori diventano compagni del viaggio calcistico di Graziano, a volte venendo in aiuto, a volte risultando scomodamente dritti per confrontarsi con un mondo un po’ storto. «Ma era un sogno bellissimo. Superato il primo choc, il calcio è stata una casa nella quale mi sono trovato a mio agio per un lungo periodo. Io, che non ero mai uscito da un piccolo paesino della Puglia, giravo l’Italia e il mondo, imparavo cose nuove, compresa la disciplina, conoscevo in continuazione persone nuove e avevo la prospettiva di guadagnare dei soldi giocando a pallone. Sì, stavo vivendo il mio sogno».
