La nuova vita e il messaggio: valori, sport e amore
«La fede l’ho sempre avuta. Nasco in una famiglia molto religiosa e quello che mi è stato passato l’ho sempre conservato. A posteriori, quelli che mi avevano conosciuto, negli anni del Bologna, mi hanno detto di non essere stati così sorpresi quando ho annunciato che sarei diventato un frate francescano. “Si vedeva che eri un buono”. Mi fa piacere, si vede che intravedevano il bene in me». In fondo, diventare frate è un po’ come diventare calciatore. C’è un percorso: «All’inizio è stato il silenzio. Avevo bisogno del silenzio e della sua perfezione. Poi la preghiera. E la preghiera mi ha dato la sensazione di essere un’anfora sotto una fontana che la riempie. La mia si è riempita di forza, coraggio e luce, così ho iniziato a respirare Cristo. E ho scoperto che lui ti prende così come sei, non sta a correggerti i difetti, prende tutto, e ti sfrutta per le tue caratteristiche, come fanno i bravi allenatori, insomma, non cerca di cambiarti il ruolo». Venticinque anni dopo, padre Graziano ha capito di non aver sbagliato strada quando ha lasciato il calcio.
«Oggi lo sport continua a far parte della mia vita. Mi piace tantissimo Sinner, che mi sembra abbia dei valori e che coltivi il suo talento in modo serio e costante. Mi sono appassionato alle Olimpiadi invernali. Che bella l’immagine di Lollobrigida con il bambino. Mi ha dato l’idea di una vita completa in cui c’era la campionessa e la persona. Mi ha fatto piangere il coraggio di Brignone. Sì, in generale mi commuovo spesso per lo sport. Sempre meno per il calcio, però. Rispetto ai miei tempi vedo giocatori di B che si atteggiano come se avessero cento presenze in Nazionale. Mi sembrano tutti omologati, personaggi dei social prima che atleti. Non so, non capisco… In quel mondo ci sono stato e l’ho lasciato, non ne provo molta nostalgia, anche se mi piacerebbe rivedere qualcuno, tipo Pessotto che aveva incrociato al Bologna, proprio alla fine della mia vita di calciatore, e mi era sembrato diverso da tutti gli altri. Quando ho mollato mi davano del pazzo e ci ho pensato molto leggendo la storia di Francesco. Anche a lui, gli amici, dicevano: sei fuori di testa, hai tutto e lo abbandoni. Io ero un calciatore di Serie A e non ho voluto più esserlo. Ottocento anni dopo la sua nascita, Francesco è un personaggio di una modernità strepitosa se, attraverso di lui, riesci ancora a raccontare la vita e le vite. E lo sport. Sì, effettivamente lo sport dovrebbe ispirarsi un po’ di più a Francesco. Qualche atleta dovrebbe leggere la sua vita. Ma quando mi chiamano a parlare nei settori giovanili, per raccontare la mia storia, a tutti dico di studiare, di tenersi un piano alternativo nella vita e di non dimenticarsi mai che conta solo e soltanto l’amore».
