
Qualcuno ci ride sopra. E c’ha pure ragione perché quel «ah, perdiamo perché non si gioca più per strada» è diventato un tormentone che viene ficcato dentro ogni discorso sulla crisi del calcio italiano e finisce per assomigliare un po’ troppo al «non ci sono più le canzoni di una volta». Però, dietro la forma sgangherata, bisogna valutare la sostanza dell’affermazione. E c’è una correlazione diretta fra la diminuzione dei giocatori tecnici e il fatto che siano diminuite in modo drammatico le ore che un bambino o un ragazzo italiano trascorre con un pallone tra i piedi. Così come c’è con l’abuso della tattica in giovane età, pratica tutta italiana, ripudiata in Spagna e in Francia. Insomma, se andiamo alle radici, al punto esatto in cui nasce (o non nasce) un campione, scopriamo che negli ultimi vent’anni abbiamo preso pessime abitudini nell’avvicinamento dei ragazzi al pallone.
Se siamo ancora a rimpiangere i Totti, i Del Piero e i Pirlo, non possiamo far finta di non sapere che le loro “origini calcistiche” affondano nei campetti degli oratori, nei parchi, nei cortili. Luoghi scomparsi, o quasi, dal tessuto urbano di oggi e, va detto, non solo in Italia. Quindi, siccome è improbabile che si torni a giocare per strada, dobbiamo concentrarci sui luoghi dove si gioca: le scuole calcio, le squadre di quartiere, le piccole società sportive che sono l’humus nel quale coltiviamo i calciatori del futuro, ma anche i tifosi e gli appassionati del futuro (quindi coloro che il calcio continueranno a mantenerlo se la passione non viene affievolita). Ecco perché sono uno snodo che non si può trascurare. Prima di parlare di settori giovanili, dunque, facciamo un ulteriore passo indietro e scopriamo cosa succede prima dei settori giovanili, quando le cose iniziano a diventare un po’ più serie e parliamo di quell’età delicata e importante, che non può essere gestita da persone senza una adeguata formazione. Formare i formatori deve essere lo slogan per popolare di istruttori più consapevoli, motivati e - magari - anche meglio pagati, perché sono i maestri elementari del pallone, quelli che insegnano a leggere e scrivere il calcio. Mica poco.
