Il duro ruolo degli allenatori dei giovani
Non sono pagati o, al massimo, ricevono un piccolo rimborso spese. Insomma, sono dei volontari e, come tali, lo sforzo va apprezzato, ma a loro lasciamo un compito delicato e fondamentale: la prima educazione al calcio dei nostri bambini. Sono gli allenatori di molte scuole calcio, il luogo dove far sbocciare la passione per il pallone e, se c’è, far sbocciare il talento. Così, il paradosso salta agli occhi in modo pazzesco: nel calcio che esprime i più grandi allenatori del mondo, sfornati da un’apposita Università, apprezzata ovunque, lasciamo che alle elementari insegni il primo che capita.
Seppure ci sono delle lodevoli eccezioni, la tendenza più diffusa è proprio questa: la fascia tra gli otto e i dodici anni, nelle scuole calcio di quartiere o di paese, non ci sono degli istruttori formati in modo adeguato. Istruttori, cioè, in possesso di conoscenze di base di pedagogia e psicologia infantile per approcciare nel modo giusto ai bambini, così come di un piano tecnico di istruzione, in modo da sviluppare la tecnica e l’amore per il gioco. Perché il primo approccio deve essere il divertimento e lo sviluppo della passione per il pallone. Spesso, troppo spesso, accade invece il contrario: ci sono migliaia di bambini che vengono educati tatticamente fin dall’età in cui dovrebbero poter giocare come vogliono, anche caoticamente, perché da quel caos nasce la fantasia e la soluzione dei problemi con la tecnica, quella che sembra essersi prosciugata nel calcio italiano.
