Pagina 0 | Il passettino indietro per farne uno avanti

Tutti vogliono le riforme. Basta che riguardino gli altri. Piuttosto tipico del nostro Paese, non solo nel calcio, dove l’idea di bene collettivo è fragilissima quando si scontra con quella di interesse personale. La riduzione delle squadre professionistiche, per esempio, è una riforma di cui si parla da almeno dieci anni. E da almeno dieci anni si registrano, ufficiali e ufficiose, adesioni al progetto che garantirebbe, in questo momento storico, una maggiore sostenibilità economica, un calendario più logico e un aumento della qualità media del “prodotto calcio”. Poi, però, tutti rifiutano di perdere anche solo mezza squadra della propria lega. La Serie A si è asserragliata sulla linea delle 20 squadre, non una di meno. La motivazione è legata proprio alla vendita dei diritti tv e all’equazione, del tutto presunta, che un numero minore di partite possa comportare un proporzionale calo dei ricavi. Come se a chi compra i diritti interessasse non perdere un campionato dilatato, in cui ci sono sempre almeno quattro o cinque squadre che vivacchiano da aprile in poi. Girano, in modo assai informale e quindi senza alcuna certificazione, dei tabulati delle audience televisive delle partite di Serie A e, ad ogni giornata, ci sono almeno due o tre gare che hanno numeri imbarazzanti, nell’ordine di appena una decina di migliaia di spettatori. Sicuri che il taglio di due squadre sarebbe un disastro per le tv che acquistano i diritti? O il disastro sarebbe, invece, per chi - tra i club - dovrebbe rinunciare a quella specie di “reddito di cittadinanza del calcio” che sono i diritti a pioggia solo per sopravvivere in Serie A senza il rischio di retrocedere? 

Serie cadette: riforme con fallimenti

E il discorso vale anche per la B e la C che, a onor del vero, un taglio se l’è dato, passando dal mostruoso numero di 90 squadra al comunque esagerato 60, senza diminuire il tasso di fallimenti e con campionati falcidiati dalle penalizzazioni per violazioni di bilancio. Ma, anche lì, guai a pensare di diminuire il numero delle squadre. Così ci troviamo con 100 club professionistici, il numero più alto dei cinque principali Paesi calcistici europei, noi che tra i cinque siamo, insieme ai francesi, quello più traballante sotto il profilo economico-finanziario.

Serie A: un campionato indietro coi tempi

La riforma dei campionati è una leggenda che parte da lontano, se ne parla con convinzione, usando spesso slogan assertivi, da oltre dieci anni, ma finora è rimasta la supercazzola meglio confezionata dai tempi del primo “Amici Miei”. Ma il problema delle riforme, in generale, è sempre quello. Ogni organo istituzionale del calcio italiano diventa un Palio di Siena in cui fregare il tuo vicino, non trovare una soluzione collettiva ai problemi. La Lega Serie A, negli ultimi vent’anni, non è mai riuscita ad aumentare il diametro della torta dei ricavi e, a più riprese, è riuscita anche a diminuirlo, ma nessuno si è mai preoccupato di quello, quanto di tagliarsi la fetta più grande alla faccia dell’avversario. Intanto la Premier ci salutava e decollava a vette per noi oggi inimmaginabili e irraggiungibili. Venti club che riescono a litigare ferocemente sull’orario di un anticipo o un posticipo calcolando quante ore (non giorni, o-r-e) di vantaggio ha la squadra avversaria, come possono pensare di “fare sistema”? Come può l’assemblea di condominio più litigiosa del Paese pensare di darsi regole per spendere meno, per lanciare più giovani, per creare un prodotto più appetibile per l’estero?

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Gravina, dove sono le riforme?

E in sede di Consiglio Federale la musica non cambia. A litigare, in quella sede, sono le componenti. La Serie A reclama, giustamente, un potere proporzionale ai soldi che procura per il movimento, ma la base fa pesare numeri e politica. Così a furia di veti incrociati le riforme si impantanano. A uno studioso di sistemi politici potrebbe far sorridere il fatto che un presidente, Gabriele Gravina, che viene eletto con il 98% non riesca a fare nemmeno una riforma sostanziale nel suo mandato. Ma è proprio quel consenso plebiscitario che incatena chi lo ottiene o, meglio, chi lo vuole mantenere. Appena scontenti qualcuno, il consenso traballa. E allora meglio non muoversi, lasciare tutto com’è, che non è il massimo per il calcio italiano, ma almeno nessuno perde una briciola della sua, sempre più misera, fettina di torta. Fino all’esaurimento della torta. Problema che nessuno sembra porsi in questo momento. 

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