Due settimane a dire: “Non è una questione di nome, ma di riforme”. E poi, in un giorno solo, spuntano due nomi e non lo straccio di un programma. L’inizio della nuova era del calcio italiano è scoraggiante, per la serie: non cambieremo mai. Per carità, bello vedere la Serie A compatta come dovrebbe essere, magari non sempre, ma almeno molto più spesso. E bello anche il nome di Giovanni Malagò, un dirigente sportivo superlativo, con le capacità e il carisma di mettere le mani in quell’aggrovigliato pasticcio che è il calcio italiano. Però adesso c’è un nome e basta. Anzi due, perché la fuga in avanti della Serie A è stata immediatamente ricucita da Abete che ieri, in versione Pogacar, ha evitato che Malagò prendesse troppo vantaggio. È iniziata, insomma, una lunga campagna elettorale che dovrà decidere chi guiderà la Figc nei prossimi quattro anni. Ma il calcio italiano ha bisogno di sapere “come” verrà guidato, non “da chi”. E al momento siamo ancora al buio, perché di programmi e di riforme, forse, si parlerà la prossima settimana. Speriamo. Perché, se Malagò è una scelta eccellente, Abete (ammesso che la sua candidatura di ieri non sia solo propedeutica alla scelta di un altro nome che lui sceglierà più avanti) è un altro dirigente che ha le capacità e le conoscenze per rattoppare e rigonfiare il nostro pallone, bucato da vent’anni di immobilismo totale mentre il resto del mondo andava a mille all’ora. Insomma, il nocciolo del discorso non è confrontare i curriculum e la bella presenza dei due candidati, ma - per esempio - sapere su che base la Serie A ha scelto Malagò, che compiti pensa di affidargli e che idee ha, lui stesso, per raddrizzare le tante storture del movimento. Così come ascoltare se ci sono altre idee dal campo, quello che ha deciso di candidare Abete. Al momento siamo a due nomi. Stop. Il calcio italiano viene da otto anni in cui non è sostanzialmente cambiato nulla. Qualche riformina ina ina, ma niente che abbia avuto il potere di svoltare almeno uno dei problemi più urgenti.
Il radar dell'apocalisse: stadi, scuole calcio, ius soli
La scorsa settimana Tuttosport ne ha analizzati cinque, con un’inchiesta approfondita, che ha presentato il quadro della situazione e anche qualche proposta. Gli stadi che non si costruiscono, le scuole calcio dove non si educa il talento (ma anzi lo si annoia), la riforma di campionati (con riduzione delle squadre pro), il buco nero che inghiotte i giocatori più promettenti fra la Primavera e la prima squadra, lo Ius soli sportivo, l’aumento degli italiani nei club professionistici: le possibili soluzioni a questi problemi dovrebbero essere al centro del dibattito in questo momento. Mentre si sta giocando una partita politica: da una parte c’è il Governo che preme per un commissario, mezzo per avere più influenza su un settore nevralgico sotto il profilo economico-sociale come il calcio (con la gioia di Lotito, il quale tifa per questa soluzione che ne restituirebbe potere e centralità); dall’altra la Serie A che vuole scongiurare questa ipotesi e, da un po’ di tempo, conduce un assalto mediatico al Governo per avere qualche vantaggio economico in più; in mezzo ci sono le varie componenti del calcio che annusano l’aria e cercano di capire dove conviene loro schierarsi per ottenere maggiori vantaggi. Dietro le quinte, per esempio, agisce ancora Gabriele Gravina, che tutti indicano come architetto del piano Malagò insieme a Marotta e alla Serie A. E, per la cronaca, Gravina ha ancora una discreta influenza per guidare una parte dei voti necessari all’elezione.
E se il presidente Figc non contasse nulla?
È anche l’unico, a dire il vero, che negli ultimi giorni ha parlato di problemi, pubblicando una dettagliata relazione e concedendo una lunga intervista al Corriere della Sera. Tutto molto interessante e, in molti casi, anche perfettamente centrato. Curioso che le analisi provenissero da chi, negli ultimi otto anni, ha governato il calcio italiano. I casi sono due: o Gravina è stato colto da illuminazioni un po’ tardive o il presidente della Figc non conta niente e, in questo secondo caso, forse stiamo scaldandoci per niente a parlare di Malagò e Abete, visto che poi il Consiglio Federale con le famigerate “componenti” può bloccare tutte le riforme con il gioco dei veti incrociati. È per questo che, forse, sarebbe meglio parlare prima delle riforme, presentare un’agenda rigorosa, una serie di punti fondamentali dai quali non si può transigere e poi affidarli non a un presidente, ma a una vera squadra dirigenziale, formata da un presidente, un amministratore delegato, un direttore sportivo e un direttore generale. È con quell’agenda che si inchiodano tutte le componenti alle loro responsabilità e alle riforme necessarie, senza dare a nessuno vie di fuga politiche. Perché, attenzione, se il calcio italiano non le fa, queste benedette riforme, implode piano piano, fino a diventare del tutto irrilevante. Chiunque sia il presidente federale.
