L'emergenza e la semina

L'editoriale del direttore di Tuttosport sulla nuova elezione del Presidente Figc

Mentre gli altri hanno il Mondiale, un nuovo presidente federale è l’unico brivido che possiamo permetterci. L’hydration break nell’immobile afa, nella quale non si muove neanche il calciomercato, zavorrato da limitazioni, budget angusti e la disperazione di dover vendere in un posto dove nessuno può comprare. In fondo, anche di questo dovrà occuparsi Giovanni Malagò che, da ieri pomeriggio, è il 46° presidente della Figc, dal 1898 a oggi. La mancata partecipazione al Mondiale è, infatti, la punta di un iceberg che affonda profondamente nel mare di problemi che bloccano il calcio italiano, un movimento vivo, con un notevole potenziale e un’enorme passione che lo circonda nonostante tutto e nonostante tutti.

Cambia solo la guida

Curioso: cambia il presidente federale, ma non cambia il consiglio federale e non cambia nessuno dei presidenti delle varie componenti (A, B, C, Dilettanti, Allenatori e Calciatori). Non esattamente una rivoluzione e questo pone un legittimo dubbio: basterà il carisma di Malagò per slegare i nodi che hanno immobilizzato qualsiasi riforma negli ultimi dodici anni, cioè dall’ultima partecipazione a un Mondiale? Malagò è un grande dirigente, un uomo che sa fare politica sportiva e sa trattare con la politica nazionale (e internazionale), quindi conosce i problemi e, insieme ai suoi collaboratori, saprà scegliere le soluzioni. Ma non esistono soluzioni indolori per un sistema anchilosato come il nostro e, quindi, a ogni soluzione corrisponderà una piccola o grande rinuncia da parte di una delle tanti componenti che compongono la piramide del nostro calcio. Questioni di soldi, per lo più, ma anche di potere, prestigio e posizione. Malagò è l’uomo giusto, ma se il sistema continua a essere sbagliato, miracoli non ne può fare. Senza qualche passo o passettino indietro da parte di ognuno, difficilmente si ottiene quello che vogliono tutti.

Due orizzonti

Davanti a Malagò, in questo momento, ci sono due orizzonti: uno vicino e uno lontano. Una delle tante difficoltà del suo mandato sarà quella di tenere sott’occhio entrambi. Da una parte c’è l’urgenza di qualificarsi al prossimo Mondiale, evitando figuracce all’Europeo, quindi l’urgente necessità di ricompattare quel che di buono resta, puntando sulla capacità del nuovo ct (e del dt) nell’impastare i pochi campioni con un gruppo che, almeno, ritrovi orgoglio, spirito di sacrificio e volontà di difendere l’onore. Dall’altra, Malagò dovrà varare un indispensabile programma a lungo termine per rigenerare la produzione di talenti, di spingere i club verso una gestione più sostenibile e stimolare quel tipo di artigianalità che ha sempre fatto grande il nostro calcio, da sempre specchio del Paese e, quindi, poco incline all’industrializzazione pesante. «Ci vorranno dieci anni», dice Gianfranco Zola, che sta provando a seminare, ma sa che gli alberi crescono piano e non danno mai subito i frutti. Insomma, ci vuole pazienza e perseveranza, bisogna pensare con attenzione i progetti e poi avere fiducia nella loro efficacia a lungo termine.

Le infrastrutture

Il lavoro di Malagò al Coni concede grandi speranze in questo senso, ma - attenzione - per ora il mandato è di due anni, perché nel 2028, alla fi ne del quadriennio olimpico, ci saranno nuove elezioni. Il che fa temere che i prossimi ventiquattro mesi saranno all’insegna del tutto e subito, frenando il lancio di programmi che guardino un po’ più in là, visto che offrono poca visibilità e nessun applauso. Ecco un altro elemento in cui il calcio riflette fedelmente i difetti di un Paese incapace di andare oltre la campagna elettorale permanente e governato da chi, al di là del colore, non riforma mai in modo serio e profondo, terrorizzato dal perdere consenso e voti. Eppure servirebbe partire dalle infrastrutture. Il calcio italiano ha bisogno innanzitutto di nuovi stadi e centri sportivi moderni: i primi servono a fare soldi, migliorando l’immagine generale e la vendibilità del prodotto; i secondi sono indispensabili per tornare a produrre talento in casa.

Godiamoci Malagò

Quindi, oltre che di un serio aiuto della politica, servono dirigenti di club responsabili e capaci. Negli ultimi vent’anni si sono improvvisati in molti, si sono arricchiti in troppi, hanno creato valore in pochi. Le società sono diventate succubi dei procuratori, che non sono il demonio, ma per loro natura non fanno l’interesse del sistema, ma dei loro assistiti. Mettere ordine nelle governance dei club non è compito del presidente federale, ma senza un management più responsabile e capace, Malagò può fare poco. I talenti per la Nazionale non nascono con una riforma (così come i problemi di una nazione non si risolvono solo facendo nuove leggi), ma con un processo condiviso. Quindi, riassumendo, noi ci godiamo Malagò, gli altri hanno Messi, Mbappé, Vinicius e Yamal. Vabbè... A noi, fra quattro anni, basterebbe esserci e avere anche solo un Undav, come ha trovato la Germania (grazie allo ius soli sportivo, che fa parte del programma del nuovo presidente, per fortuna). Ma se qualcuno pensa che scrivendo Malagò sulla scheda elettorale abbia esaurito ieri mattina il suo compito, non andremo molto lontano.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Italia