Le nomine di Giovanni Malagò portano in dote un significato immediato e uno più profondo, ma forse perfino più importante. Il primo è quello che attiene alla progettualità, per quanto il termine “progetto” sia tra i più abusati, stiracchiati e storpiati nel mondo del calcio. Però il contratto quadriennale a due ex calciatori che hanno già sperimentato appieno la carriera dirigenziale, in entrambi i percorsi professionali a livello top, sostanzia senza possibilità di discussione la volontà di traguardare al di là dell’emergenza immediata. Il secondo aspetto è quello legato alla nomina di Maldini a presidente del Club Italia, un incarico che in passato è quasi sempre stato appannaggio del presidente federale. Ebbene, questa scelta sostanzia in maniera plastica la volontà, e la necessità, della politica calcistica di non incidere nelle scelte tecniche.
La Nazionale non ha certo bisogno di interferenze perniciose nel suo, difficile, percorso di rinascita all’onore del mondo e così sia benedetta la sua indipendenza tecnica e la delega progettuale. Una condizione che si riverbererà subito positivamente sulla scelta del prossimo commissario tecnico: al di là della logica tecnica di aver scelto prima i quadri dirigenziali, Malagò ha in un colpo solo disinnescato ogni pressione politica o di qualsiasi altra natura su questa, altrettanto fondamentale, nomina. Difficile, infatti, immaginare che uno come Maldini si lasci tirare per la giacca nella scelta del tecnico (Mancini, Conte o una sorpresa, rigorosamente nell’ordine) con cui dovrà lavorare nei primi quattro anni. Perché non è nel suo stile e, soprattutto, perché sa benissimo come da questa decisione passi gran parte della riuscita del programma e, in definitiva, del suo operato.
Sorpresa Leonardo
E subito, da questo primo annuncio, Maldini ha dimostrato di non muoversi in maniera né superficiale né avventata; perché la vera sorpresa, quella di Leonardo al suo fianco, rivela che lui per primo si rende conto di come il cammino che lo aspetta non sia affatto semplice né privo di insidie e che, quindi, una spalla di cui fidarsi gli servirà, eccome. Lo aspetta un compito doppiamente duro: ricostruire in prospettiva e vincere subito. Perché prima di vedere i frutti di qualsiasi progetto ci saranno altre “Macedonie” e altre “Bosnie” sul cammino di questa Italia. E per vincere quelle sfide lì non c’è tempo per i progetti, per quanto affascinanti possano rivelarsi.
