Mentre noi ci accapigliamo tra Pirlo, Mancini, Maldini e Malagò, intanto Infantino si sta letteralmente vendendo il Mondiale. E, se è vero che - visto come siamo messi - potrebbe anche non interessarci più di tanto, la questione è grossa e con aspetti potenzialmente devastanti (e imbarazzanti, visto che fra i compratori ci sarebbe pure un figlio di Trump). Ma almeno Infantino ha un piano. Noi non ancora. O, meglio, forse ce lo siamo persi insieme a Maldini e Leonardo, che sembravano pronti a mettere seriamente le mani dentro il settore tecnico della Federcalcio con idee nuove. Non necessariamente buone - non possiamo saperlo e non lo sapremo probabilmente mai - ma almeno nuove. Oggi, invece, torniamo finalmente ad avere un ct, però mancano una visione, un progetto, un po’ di futuro. Claudio Ranieri è una delle migliori persone nel mondo del calcio, ha srotolato una carriera strepitosa, resa ancora più fenomenale dal garbo nobiliare, può essere utile nella gestione della Nazionale, ma non è certo l’uomo che, per età e caratteristiche, può riformare il calcio italiano. Il ticket Ranieri-Mancini è una toppa di altissimo livello, date le circostanze che l’hanno resa necessaria, ma non suona esattamente come un manifesto rivoluzionario o un piano per modernizzare un movimento già molto polveroso di suo e che continua a guardarsi indietro illudendosi così di andare avanti. D’altronde non siamo un Paese per giovani a nessun livello.
C'è urgenza
È, infatti, curiosa e ipocrita la nostra indignazione nel vedere il poco spazio che generalmente trovano gli under nelle scelte degli allenatori dei club italiani, visto che in ogni ambito della società e del mondo del lavoro le nuove generazioni sono sempre le più penalizzate. Insomma, il calcio non è che coerente con l’invecchiamento della popolazione e, soprattutto, del suo modo di pensare. Poi, per carità, il nuovo corso della Federcalcio è appena iniziato e se il primo mese non è stato caratterizzato da un rampante afflato riformatore, ora che il tormentone ct è finito, c’è tutto il tempo per trovare idee, piani e persone con le quali scollinare il faticoso e penoso presente, affacciandoci su un futuro se non radioso, almeno decoroso. Ma è urgente, almeno quanto lo era definire un ct, avviare il navigatore in direzione delle riforme: dai campionati alle scuole calcio, dalle politiche sui giovani agli aspetti finanziari di un movimento che affronta una crisi economica importante e all’orizzonte intravede scenari foschi (il rinnovo del contratto sui diritti tv della Serie A, per esempio, sarà un nodo cruciale e speriamo non esiziale). La nomina di Mancini, insomma, era necessaria (se non altro perché tra poco c’è la Nations League), ma non sufficiente.
Mancini, due possibilità
E, per inciso, è una nomina tecnicamente buona. Mancini è un allenatore con l’esperienza e lo spessore per offrire le garanzie necessarie che si chiedono a un ct. L’aspetto morale della vicenda, con le repentine dimissioni di tre anni fa e la milionaria fuga in Arabia Saudita, è un appassionante dibattito da ombrellone, ma nelle condizioni in cui versa il calcio italiano fatichiamo a considerarlo un insormontabile ostacolo. Secondo i comandamenti del calcio, i “traditori” che tornano nelle squadre cui hanno voltato le spalle hanno due possibilità: vincono e cancellano l’infedeltà, perdono e pagano doppio, per la sconfitta e per le corna. Varrà anche per Mancini che deve essere giudicato per i risultati che otterrà, non per le scelte di tre anni fa. Il campo è l’unico giudice e non sarà un campo facile quello su cui dovrà districarsi il nuovo ct. Turchia, Belgio e Francia sono tre avversari con cui si rischia di farsi subito male, fra settembre e ottobre in Nations League, ma offrono anche la possibilità di rigenerare il moribondo entusiasmo intorno alla maglia azzurra. Altrimenti dalla Pec alle pernacchie la strada è breve.
