È veramente un cavillo. Un inciampo burocratico di scarsissima sostanza, ma può sgambettare il calcio italiano, che già non gode di un equilibrio proprio saldissimo. È il pericoloso orlo di un farsesco precipizio e qualcuno vuole farci ballare il futuro del nostro pallone. Il caso Malagò è, purtroppo, una cosa seria. Per chi si fosse perso le ultime, tragicomiche, puntate, la situazione è la seguente. Giovanni Malagò non era un tesserato Figc il 22 giugno, quando è stato eletto presidente federale. E questo viola una regola che, se volete il risvolto ironico, ha introdotto proprio Malagò nel 2024. Malagò è stato eletto dalla sostanziosissima maggioranza del 68,5% e il fatto che ci sia un’irregolarità formale non dovrebbe rappresentare un problema in un sistema, quello del calcio italiano, che deve affrontare dei problemi enormi e dovrebbe farlo in fretta. Ma a quanto pare c’è chi non li reputa così importanti e urgenti, quindi ha sollevato il problema legale e l’elezione di Malagò ora è a rischio. Quanto a rischio non riesce a stabilirlo nessuno, ma fate attenzione perché siamo di fronte a una specie di stallo messicano degno di Quentin Tarantino.
Respinta l'archiviazione di Chiné
Contro la contestazione del mancato tesseramento, la Figc ha reagito schierando l’ineffabile Chiné il quale, di fronte a una norma molto chiara, ha opinato che la regola dice che l’eletto «deve essere in regola con il tesseramento» il che, secondo il procuratore federale, non rappresenta un obbligo di possesso della tessera federale al momento del deposito della candidatura, ma un rispetto delle prescrizioni e dei requisiti richiesti dal tesseramento per chi è già in possesso di una tessera Figc. Goffo tentativo giuridico di rappezzare la cosa, tipico di un certo modo di intendere la legge da parte della giustizia sportiva, soprattutto in ambito Figc, dove il diritto si può piegare alle proprio esigenze. Il procuratore generale dello Sport, Taucer, ha respinto al mittente l’elastica archiviazione di Chiné e, a questo punto, la questione finirà davanti alla Giunta del Coni (insieme anche alla questione Bianchedi, indigesto contorno alla vicenda principale).
Ipotesi nuove elezioni in Figc
In quella circostanza, la sedia più scomoda è quella del presidente del Coni, Luciano Bonfiglio. Pensate al caos da cui verrebbe travolto se commissariasse la Figc, che non è stata in grado di eleggere in modo regalare il suo presidente (poi qualcuno dovrà spiegare chi ha preparato la candidatura di Malagò consentendo una leggerezza così sesquipedale). D’altra parte, se Bonfiglio avalla l’elezione di Malagò, in nome di un generico buon senso, rischia che l’avvocato Miele (colui che ha fatto il ricorso) vada al Tar e finanche al Consiglio di Stato, con buona probabilità di vincere perché, lo ribadiamo, la regola è - ahiloro - molto chiara e un giudice non potrebbe che applicare la legge. E, a quel punto sarebbe il Coni che rischierebbe di essere commissariato. Esiste una terza via, quella di uscita senza grossi danni per Bonfiglio: far ripetere le elezioni in Figc. E, a quel punto, servirebbe munirsi di pop corn, perché si assisterebbe allo spettacolo di chi, a tre mesi dal voto per Malagò, potrebbe non votarlo più. In tutto questo, però, i problemi del calcio italiano, dagli stadi ai settori giovanili, dalle riforme dei campionati ai problemi economici, sono lì, fermi, immobili come li avevamo lasciati la sera di Bosnia-Italia. Nei primi cento giorni di Malagò ci siamo occupati: del ct, di Maldini e Leonardo, di Ranieri, di Bianchedi e ora dello stupido cavillo che rischia di far cadere il governo del calcio, facendo perdere ancora tempo prezioso (e forse pure gli Europei del 2032) a chi sta giocando i minuti di recupero ed è sotto di tre gol. Almeno.
