© Getty ImagesNel bollente secondo tempo supplementare di Olanda-Argentina, avvelenato dal clima da saloon che gli intossicava i pensieri, sospeso tra l’immensa frustrazione scritta sul tabellino e l’insopprimibile voglia di provarci ancora, Leo Messi riteneva degno dell’attenzione del suo piede sinistro solo un compagno: Enzo Jeremias Fernandez, El Músico. Ha poco meno di 22 anni, il ragazzo, e per un calciatore argentino possono essere pochissimi o tantissimi. L’Argentina 1986 aveva un battaglione di 23enni di umile lignaggio con ancora la pelle arsa dalla ferita di una guerra persa a cui avevano seriamente rischiato di partecipare: Batista, Burruchaga, Enrique, Ruggeri, molti dei quali erano scampati alla chiamata alle armi perché erano già calciatori di Primera Division o per pura fortuna. Oggi l’unica cosa che gli argentini vivono e celebrano come guerre sono le partite di calcio, e del resto sono un popolo che discende dalle barche stracolme di noi italiani: così venerdì sera, nel momento del bisogno, Enzo Fernandez è sceso in battaglia due volte, di destro e di sinistro, trovando l’opposizione prima del gigantesco Weghorst e poi del palo. Anche grazie a lui, e alla sua connessione tecnica ed emotiva con Messi, l’Argentina ha rovesciato il corso degli umori ed è riuscita a spuntarla ai penales nonostante l’unico errore proprio del Músico, in coda a una preparazione troppo arzigogolata (ma come tirano i rigori questi ragazzi di oggi? Prendono rincorse lunghe come i loro pensieri).
Da Enzo a Músico
I suoi genitori Raul e Marta lo hanno chiamato Enzo in omaggio al Principe Francescoli, ma sapete come la pensano gli argentini: il nome di battesimo è meno importante dell’apodo, perché quest’ultimo te lo guadagni sul campo. E dunque Músico, perché già da ragazzino nelle giovanili del River Plate sembrava un direttore d’orchestra. In queste cinque partite di Qatar ha confermato ciò che i più attenti avevano già notato nel Benfica, e prima ancora con la maglia biancorossa della Banda: un centrocampista sempre padrone della situazione, giocando sia a due che a tre, tiro da fuori, visione di gioco, intensità latina, coraggio e senso della responsabilità. Il Milan lo ha seguito con grande attenzione per parecchi mesi, aveva pagato un aereo per Buenos Aires a Moncada per andare a convincerlo di persona, ma poi ha virato le proprie attenzioni sul portoghese Renato Sanches (senza prendere nemmeno lui): così s’è inserito il Benfica che se l’è portato in casa per 10 milioni (più 8 di bonus), sapendo bene che entro un paio d’anni – come da tradizione della casa – lo rivenderà a 60 o giù di lì.
L'esame finale con la Croazia
Scaloni lo ha tenuto a bagnomaria per due partite, preferendogli prima Paredes nel flop collettivo contro l’Arabia e poi il ruvido Guido Rodriguez contro il Messico, quand’è entrato dalla panchina e ha blindato la partita con un gran gol al 90’ (ovviamente su assist di Messi). I Mondiali migliori avanzano in crescendo e col passare dei minuti Fernandez si è ritagliato un ruolo da leader tecnico e temperamentale del reparto più problematico dell’Argentina, cambiato vorticosamente da Scaloni, in un crescendo di coraggio e sangue freddo: nella tonnara contro l’Olanda Enzo appartiene alla minoranza di argentini lucidi fino in fondo, i pochi che non sono stati ammoniti da Mateu Lahoz. Martedì sera l’esame finale al Conservatorio del calcio, quando gli toccherà tenere a bada tre primi violini di razza come Marcelo Brozovic, Mateo Kovacic e Luka Modric.
