Isole Faroe tra calcio e sogno Mondiali: da outsider a sorpresa nelle qualificazioni

Un piccolo arcipelago che vede nello sport una forma di riscatto per farsi conoscere oltre i confini: la nazionale allenata da Klakstein vuole scrivere la storia
Isole Faroe tra calcio e sogno Mondiali: da outsider a sorpresa nelle qualificazioni© Redazione

Se è davvero un sogno, nessuno osi svegliarli. Le Isole Faroe stanno vivendo il momento più incredibile della loro storia calcistica. Un piccolo arcipelago di appena 55mila abitanti, disperso tra le acque gelide dell’Atlantico del Nord, oggi sogna ad occhi aperti grazie a tre vittorie consecutive che hanno scosso il panorama europeo: prima Gibilterra, poi il clamoroso 4-0 contro il Montenegro, fino alla storica impresa contro la Repubblica Ceca, battuta 2-1. Una favola sportiva che si sta scrivendo passo dopo passo, alimentata da una squadra che ha riscoperto se stessa e da un popolo che si stringe intorno ai suoi eroi. All’ultima giornata, l’impossibile sembra davvero a portata di mano: un posto nei playoff per i Mondiali del 2026.

Da vittima sacrificale a mina vagante del girone

Per anni, le Isole Faroe sono state l'avversario che tutti desideravano pescare nei sorteggi. Una nazionale considerata materasso, comoda per fare punti e migliorare la differenza reti. Ma qualcosa è cambiato. Oggi la squadra allenata da Eydun Klakstein non è più lo sparring partner delle grandi, bensì un avversario temibile, organizzato, con una fame che ha sorpreso tutti. Con nove punti conquistati nelle ultime tre partite, la nazionale faroese è risalita fino al terzo posto del girone, a un solo punto dalla Repubblica Ceca. L’ultima giornata sarà decisiva: servirà una vittoria contro la Croazia e sperare in un passo falso dei cechi contro Gibilterra, ultima e ancora a zero punti.

Un’impresa nata nel silenzio del nord

Tra montagne verdi, villaggi affacciati su scogliere e un cielo che cambia colore ogni ora, le Faroe coltivano il sogno con discrezione. È qui che il calcio si trasforma da semplice passione a motivo di riscatto, di identità. La loro prima storica vittoria risale al 1990 contro l’Austria, ma da allora i momenti da ricordare sono stati pochi. Fino ad oggi. Klakstein, ex calciatore e ora selezionatore, ha costruito un gruppo che non vive di stelle ma di coesione, sacrificio e appartenenza. Molti dei convocati giocano nel campionato locale, la Formuladeildin, una lega che si disputa da marzo a ottobre, sotto vento e pioggia. Alcuni sono andati all’estero, tra le serie minori di Danimarca, Norvegia e Polonia. Altri, come Geza David Turi, sono arrivati fino alla league two inglese con il Grimsby Town. Ma ciò che li unisce va oltre i confini del professionismo.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Mondiali 2026

Dilettanti per contratto, professionisti nell’anima

Gran parte dei giocatori faroesi non vivono di calcio. Guadagnano poco più di mille euro al mese e per arrivare a fine giornata devono lavorare. C’è chi insegna a scuola, chi opera negli uffici pubblici, chi lavora nei cantieri o negli ospedali. Solo dopo, nel tardo pomeriggio, si allenano sul campo. Eppure, proprio in questo ritmo di vita normale, quotidiano, risiede la loro forza. La nazionale è fatta di ragazzi che non si aspettano gloria o contratti milionari, ma che lottano per un ideale, per l'onore di vedere la propria bandiera sventolare, anche solo per un attimo, nel grande palcoscenico del calcio mondiale. Un esempio di dedizione che sta facendo innamorare anche chi non ha mai sentito parlare di Tórshavn o delle scogliere di Mykines.

Il calcio come ambasciatore di un popolo invisibile

Le Isole Faroe sono sempre state un luogo ai margini, conosciute più per la loro bellezza naturale che per il calcio. Ma adesso, grazie a una squadra che gioca con il cuore prima ancora che con i piedi, il mondo intero inizia a guardarle con occhi diversi. L’indipendenza conquistata nel dopoguerra, prima culturale e poi politica, oggi passa anche dai campi da calcio. Forse non ce la faranno, forse i playoff resteranno solo un sogno sfiorato, ma poco importa: essere ancora in corsa all’ultima giornata è già una vittoria. Ed è un messaggio potente: anche nell’angolo più remoto del pianeta, tra le tempeste dell’Atlantico, c’è spazio per scrivere una storia che vale la pena raccontare.

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Se è davvero un sogno, nessuno osi svegliarli. Le Isole Faroe stanno vivendo il momento più incredibile della loro storia calcistica. Un piccolo arcipelago di appena 55mila abitanti, disperso tra le acque gelide dell’Atlantico del Nord, oggi sogna ad occhi aperti grazie a tre vittorie consecutive che hanno scosso il panorama europeo: prima Gibilterra, poi il clamoroso 4-0 contro il Montenegro, fino alla storica impresa contro la Repubblica Ceca, battuta 2-1. Una favola sportiva che si sta scrivendo passo dopo passo, alimentata da una squadra che ha riscoperto se stessa e da un popolo che si stringe intorno ai suoi eroi. All’ultima giornata, l’impossibile sembra davvero a portata di mano: un posto nei playoff per i Mondiali del 2026.

Da vittima sacrificale a mina vagante del girone

Per anni, le Isole Faroe sono state l'avversario che tutti desideravano pescare nei sorteggi. Una nazionale considerata materasso, comoda per fare punti e migliorare la differenza reti. Ma qualcosa è cambiato. Oggi la squadra allenata da Eydun Klakstein non è più lo sparring partner delle grandi, bensì un avversario temibile, organizzato, con una fame che ha sorpreso tutti. Con nove punti conquistati nelle ultime tre partite, la nazionale faroese è risalita fino al terzo posto del girone, a un solo punto dalla Repubblica Ceca. L’ultima giornata sarà decisiva: servirà una vittoria contro la Croazia e sperare in un passo falso dei cechi contro Gibilterra, ultima e ancora a zero punti.

Un’impresa nata nel silenzio del nord

Tra montagne verdi, villaggi affacciati su scogliere e un cielo che cambia colore ogni ora, le Faroe coltivano il sogno con discrezione. È qui che il calcio si trasforma da semplice passione a motivo di riscatto, di identità. La loro prima storica vittoria risale al 1990 contro l’Austria, ma da allora i momenti da ricordare sono stati pochi. Fino ad oggi. Klakstein, ex calciatore e ora selezionatore, ha costruito un gruppo che non vive di stelle ma di coesione, sacrificio e appartenenza. Molti dei convocati giocano nel campionato locale, la Formuladeildin, una lega che si disputa da marzo a ottobre, sotto vento e pioggia. Alcuni sono andati all’estero, tra le serie minori di Danimarca, Norvegia e Polonia. Altri, come Geza David Turi, sono arrivati fino alla league two inglese con il Grimsby Town. Ma ciò che li unisce va oltre i confini del professionismo.

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