Quando l’urna ha ‘gridato’ Irlanda del Nord, a molti italiani è sicuramente tornato in mente un calcio romantico di provincia, George Best e campi spazzati dal vento. L’avversaria che aspetta l’Italia nello spareggio Mondiale è invece una nazionale in pieno cantiere, con un’anima molto più moderna di quanto suggerisca lo stereotipo, ma ancora legata a una storia che pesa. In panchina c’è di nuovo Michael O’Neill, l’uomo che ha portato il Paese a Euro 2016, primo grande torneo dalla Coppa del Mondo 1986. È al suo secondo mandato, dopo il ritorno nel 2022 con un contratto di cinque anni e mezzo, voluto dalla Irish FA proprio per costruire un ciclo lungo e riportare Belfast sul grande palcoscenico. Nato a Portadown nel 1969, O’Neill appartiene alla generazione che da ragazzino guardava in televisione l’ultima Irlanda del Nord mondiale e adesso si gioca la possibilità di chiudere il cerchio come Ct, un tema che lui stesso ha sottolineato in un’intervista a fifa.com sul sogno 2026.
Chi sono gli uomini di O’Neill
Il suo marchio di fabbrica resta lo stesso: squadra corta, disciplina tattica, grande cura per le palle inattive. È così che aveva costruito la qualificazione del 2016 e su queste basi ha rigenerato un gruppo profondamente cambiato dopo i ritiri dei veterani storici. Come raccontano i quotidiani di Belfast, O’Neill sta puntando su un nocciolo giovane: nomi come Conor Bradley, Isaac Price, Shea Charles, Trai Hume vengono indicati come la spina dorsale del presente e del futuro.
Il simbolo di questa nuova generazione è proprio Conor Bradley, terzino del Liverpool, diventato titolare ad Anfield e capitano della nazionale a poco più di vent’anni. Premiato come giocatore nordirlandese dell’anno per il 2024, è il riferimento tecnico ed emozionale: spinta sulla fascia, aggressività, personalità da leader. Accanto a lui sta crescendo Trai Hume, laterale del Sunderland, altro prodotto del calcio domestico passato per Linfield prima di affermarsi in Championship e guadagnarsi un posto fisso nell’undici di O’Neill.
L'eredità di O’Neill
In mezzo al campo, profili come Price e Charles danno corsa e gamba a una squadra che non può permettersi troppa fantasia ma sa soffrire, chiudere linee di passaggio e ripartire. L’Irlanda del Nord resta una nazionale di piccola taglia, ma con una tradizione iridata sorprendente: tre partecipazioni ai Mondiali (1958, 1982, 1986) e due quarti di finale, risultato che per decenni ne ha fatto il più piccolo paese mai qualificato alla fase finale. O’Neill, che nella narrativa ufficiale dell’Irish FA è accostato ai miti Peter Doherty e Billy Bingham, sa di muoversi dentro questa eredità: riportare il Paese a un torneo significa iscrivere il proprio nome nella stessa linea dinastica. Ma per capire cosa rappresenta oggi l’Irlanda del Nord, bisogna guardare anche fuori dal campo. Per anni il Windsor Park, casa della nazionale, è stato percepito come uno spazio identitario protestante e unionista; le cronache sul tifo parlavano di cori settari, bandiere e simboli esclusivi.
