© redazioneLa geopolitica torna a bussare alle porte del calcio mondiale. Dopo lo scoppio del conflitto che vede contrapposti Iran, Stati Uniti e Israele, la partecipazione della selezione iraniana alla prossima Coppa del mondo, co-organizzata proprio dagli Usa insieme a Canada e Messico, è diventata una questione tutt’altro che sportiva. Già nel 2022 la Fifa aveva preso in considerazione l’ipotesi di escludere Teheran dal torneo in Qatar, alla luce delle violenze contro le donne e delle comprovate forniture militari alla Russia. Allora non se ne fece nulla. Oggi, con un conflitto aperto e con attacchi missilistici che coinvolgono direttamente uno dei Paesi ospitanti, lo scenario è radicalmente mutato. Il presidente della Federazione iraniana, Mehdi Taj, ha ammesso in televisione che è “improbabile” pianificare serenamente il torneo dopo l’attacco statunitense. “Qualsiasi decisione sarà presa dalle autorità sportive”, ha dichiarato, annunciando contestualmente la sospensione del campionato nazionale fino a nuovo avviso. Un segnale che fotografa un Paese in stato di emergenza, e che rende plastica l’impossibilità di separare il rettangolo verde dalla realtà politica. L’Iran si è qualificata alla kermesse iridata per la 4ª volta consecutiva: un traguardo sportivo di continuità, ora oscurato da una crisi internazionale senza precedenti nella storia recente del torneo. Il segretario generale della Fifa, Mattias Grafstrom, ha scelto la cautela. Durante l’assemblea annuale dell’International Football Association Board a Cardiff, ha dichiarato di aver appreso “le notizie come tutti”, definendo “prematuro” un commento dettagliato.
"Monitoreremo gli sviluppi"
“Monitoreremo gli sviluppi”, ha spiegato, ribadendo che l’obiettivo resta una Coppa del mondo sicura, con la partecipazione di tutte le squadre qualificate. Parole misurate, ma che non sciolgono il nodo principale: può una nazionale di un Paese in guerra disputare le proprie partite sul territorio di uno Stato direttamente coinvolto nel conflitto? Il paradosso è evidente. L’Iran dovrebbe giocare tutte le gare del Gruppo G negli Stati Uniti: contro Belgio e Nuova Zelanda a Los Angeles (15 e 21 giugno) e contro l’Egitto a Seattle (26 giugno). Due città simbolo, due contesti altamente sensibili sul piano della sicurezza. Non si tratterebbe solo di sicurezza logistica o di visti diplomatici. Il conflitto aperto tra Washington e Teheran, con Israele nel teatro operativo, solleva interrogativi su eventuali restrizioni di ingresso, proteste, boicottaggi o tensioni negli stadi. Qualora l’esclusione diventasse realtà, si aprirebbe il capitolo delle sostituzioni. Secondo gli scenari più accreditati, l’Iraq, atteso da uno spareggio intercontinentale contro Bolivia o Suriname, potrebbe essere promosso direttamente alla fase finale. In tal caso, gli Emirati Arabi Uniti subentrerebbero nel percorso di playoff. L’ipotesi di un ripescaggio per una nobile esclusa (attraverso il ranking Fifa), appare, al momento, più teorica che reale.
