Oltre a quella di Einstein, c’è un altro tipo di relatività. Quella della giustizia sportiva italiana, per lo più ignorata dagli studiosi di fisica, fa imbestialire i tifosi, perché può schizzare alla velocità di un fotone o farsi cullare da un rilassato garantismo. Qualche giorno fa, la Procura Federale ha fatto richiesta alla Procura di Milano degli atti dell’inchiesta. Il destino di chi è dentro quelle carte, indagato o meno dal pm, sarà quindi nelle mani di Chiné. Non è detto, infatti, che una fattispecie irrilevante per la magistratura ordinaria non sia, invece, rilevante per quella sportiva. Anche, in virtù dell’elasticità di certi articoli del codice sportivo (sì, a partire dal famigerato articolo 4, che raggiunge estensioni giuridicamente inimmaginabili). Quando (e se) Ascione passasse le carte alla Procura Figc, dunque, inizierebbe la parte che più interessa e fa fremere i tifosi italiani, sia quelli che sperano in una nuova Calciopoli, sia i bolladisaponari che vedono solo fumo nel lavoro degli inquirenti milanesi.
I capisaldi della giustizia sportiva
Nel 2006, gli atti furono acquisiti in maggio ed entro la metà di luglio si arrivò al terzo grado di giustizia sportiva, con una serie di processi che calpestarono in maniera immonda il diritto alla difesa, ma vengono tuttora considerati degli esemplari capisaldi di come deve agire la giustizia sportiva: celermente per non inficiare la regolarità delle competizioni. Se il principio è questo, sappiamo che, almeno, non dovremo aspettare molto. O no?
