Adesso ci sono anche i programmi. Gli uffici della Federcalcio hanno validato a tempo record le candidature di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò, i due sfidanti nelle elezioni per la presidenza in programma il 22 giugno. Bocciata quella di Renato Miele, ex calciatore della Lazio, che non aveva alcun accredito. Una sola sorpresa per il consiglio federale, da rieleggere perché decaduto con le dimissioni di Gabriele Gravina: quasi tutte le componenti hanno candidato solo i consiglieri uscenti; per la Serie A ci sono Stefano Campoccia (Udinese), Giorgio Chiellini (Juventus) e Giuseppe Marotta (Inter). L’unica eccezione riguarda la Serie C, dove Donato Macchia del Potenza si opporrà, senza troppe speranze, a Giulio Gallazzi dell’Alcione. La verifica delle candidature ha riguardato la rispondenza alle norme federali, non la presunta ineleggibilità di Malagò, che non lo preoccupa ma per la quale i suoi oppositori ipotizzano ricorsi in caso di prevedibile successo. L’ex presidente del Coni conta sull’appoggio di Serie A, B, calciatori e allenatori, con almeno il 54% dei voti, ma una maggioranza che potrebbe essere ben più ampia. La partita, comunque, è lunga.
Programmi a confronto: Abete punta sulle riforme, Malagò sulla sostenibilità
L’attenzione è tutta sui programmi, ontologicamente una sorta di lettera dei buoni propositi di inizio anno: non fanno eccezione. Poco più lungo quello di Abete (26 pagine contro 23); a sorpresa è Malagò a stravincere la sfida per chi utilizza più volte la parola “sostenibilità”, leitmotiv di ogni dirigente sportivo che però poi fatica a diventare una realtà: 32-4. L’approccio è abbastanza diverso: Abete, candidato dalla “sua” Lega Nazionale Dilettanti, si fa portatore delle istanze della base e ci sono passaggi anche molto duri nei confronti della Serie A, per esempio in riferimento all’«incredibile richiesta» di aumentare il peso politico del massimo campionato. Malagò, che come slogan di vita ha quello di volare alto, chiude con un elegantissimo gentlemen’s agreement tra mondi diversi e ha un taglio più manageriale: risparmiato l’anglicismo “kpi” al posto di obiettivi, ma poco ci manca.
Riforma campionati e Serie C decisive nelle elezioni Figc
In termini di proposte, è il suo sfidante - che del resto ha già guidato la Figc e anche tre leghe su quattro, esclusa la B - a essere più concreto, ipotizzando una riforma dei campionati con una riduzione delle squadre (senza però indicare l’approdo), la separazione della parte associativa da quella tecnica dell’Aia, l’idea di affidare la guida del Club Italia non al presidente ma a un manager. C’è anche un riferimento (in positivo) alla Riforma Zola, che manca, almeno in modo esplicito, nel programma di Malagò. Non è un dettaglio secondario, intanto perché a entrambi non dispiacerebbe coinvolgere il vicepresidente della Lega Pro - che non ha dato disponibilità -, ma soprattutto perché la C (che vale il 12%) è l’unica a non essersi ancora schierata. Chissà che non sia un autogol che spingerà nella direzione opposta i club della Lega guidata da Matteo Marani, molti dei quali comunque simpatizzano per Malagò. Il suo programma, rispetto a quello di Abete, pecca di dettaglio: la sostenibilità è la chiave di volta, ci sono poi dei riferimenti a giovani, stadi, abbattimento del carico fiscale, controlli rigidi. Manca un’ipotesi di riforma dei campionati, ma magari è più realista ammettere che o si fa un patto tra leghe o non si va avanti. In molti punti i programmi convergono, basti pensare al betting, e tanto dipende da fattori esterni, cioè la politica. Per entrambi (più nel caso di Abete) l’ormai celebre relazione di Gravina è un riferimento palese. È diventata un benchmark, ed è abbastanza curioso: quali siano i problemi pare chiaro a tutti. Forse è davvero una questione di nomi.