TORINO - Che tempi, quei tempi. E che Juve, quella Primavera. Anno 2003-2004, dopo l’addio di Gian Piero Gasperini, sulla panchina dell’under 20 arriva Vincenzo Chiarenza, alla grande occasione dopo aver fatto l’intera trafila. Nell’estate 2003, ecco la grande chance. Colta al volo. Anche perché Gasp aveva lasciato un gruppo solidissimo in eredità: Mirante tra i pali, Masiello e Konko in difesa, Luci e Bentivoglio a centrocampo, Kovalenko davanti. E il dieci, che formalmente era Chiumento, ma praticamente Palladino. Elegante come pochi. Però pure tenace come nessuno. Un po’ come in panchina.

Chiarenza, oggi che effetto le fa il risultato del suo lavoro? «Avevo dei giocatori interessantissimi, come anche nelle altre stagioni. Penso a Marchisio, De Ceglie, Konko. Hanno fatto strada e ancora adesso sono nel mondo del calcio. E poi Raffaele Palladino, oggi allenatore dell’Atalanta». Qual è stato il primo impatto con il tecnico della Dea? «L’ho notato subito: era un ragazzo a posto, pulito. Mostrava personalità. Nel mondo del calcio ne occorre parecchia, e lui ne ha sempre avuta tanta». Come calciatore? «Aveva delle ottime qualità. Era un uomo spogliatoio. Dava sempre qualcosa di positivo e spronava a far meglio». Era un 10 atipico. «Sì, un falso nove. E sapeva mettersi a disposizione della squadra: quando la palla arrivava a lui, la gestiva e non la buttava mai via. Il massimo da avere da un giocatore, oltre a quelle doti tecniche, che certamente non fanno male». Avrebbe meritato una carriera diversa? «Anche l’infortunio al ginocchio l’ha frenato: ha avuto stop importanti, l’hanno rallentato. Magari avrebbe potuto avere un percorso più roseo». La Juve avrebbe dovuto aspettarlo? «Come tutte le grandi squadre, cercavano giocatori già pronti, maturi, in grado di fare subito la differenza. A volte non succede. Altre sì. Penso ancora a Marchisio».
