MADRID - La cosa più incredibile di quella notte, a pensarci bene, è la formazione della Juventus. Rileggerla a distanza di sette anni, fa un po' impressione: Manninger; Mellberg, Legrottaglie, Chiellini, Molinaro; Marchionni, Sissoko, Tiago, Nedved; Del Piero, Amauri. Questa Juventus ha vinto per 2-0 al Santiago Bernabeu. Pensarci oggi suscita un sorriso o al limite un pizzico di ottimismo (come dire: se ce l'ha fatta quella squadra...). Perché dall'altra parte c'era un Real Madrid con Casillas, Sergio Ramos, Cannavaro, Diarra, Raul, Sneijder, Marcelo, Guti, van Nistelrooy: forse meno spaventoso di quello odierno, ma neppure una formazione sgangherata.
ALTRA ERA - Ed è forse proprio quell'improbabile undici della Juventus che fa apparire quella notte più lontana di quello che è: si trattava di un'altra era geologica bianconera e quella partita al Bernabeu fu il momento più alto di un periodo piuttosto basso. Ma il destino aveva convocato Del Piero il 6 novembre del 2008 poco dopo le 22.30 e Alex fu puntuale, come quasi sempre gli è capitato nella carriera: venne sostituito da Paolo De Ceglie, si avviò verso la panchina e negli istanti scanditi in modo cinematografico dai suoi passi in mezzo al campo, lo stadio degli stadi si alzò in piedi per applaudire. Prima un gruppo, poi sempre di più, fino allo scroscio finale, convinto e caloroso: i tifosi del Real onoravano chi li aveva sconfitti, tributandogli l'onorificenza massima, un privilegio raro.
DOPPIETTA - Del Piero aveva segnato due gol. Uno da fuori area, con un'azione veloce e magnifica, conclusa da un velenoso tiro, imprendibile per Casillas per angolazione e velocità. L'altro su punizione, concessa dopo un fallo di Cannavaro su Sissoko al limite e trasformata in modo sublime, per di più sotto gli occhi di Diego Armando Maradona che per succosa coincidenza era ospite del Real Madrid in tribuna. «Alex è davvero uno dei più forti del mondo», sentenziò Dieguito quel giorno, partecipando pure lui alla standing ovation che regalò alla già lussuosa carriera di Del Piero un gioiello in più. Non il più luccicante, secondo lo stesso Alex, che di recente ha ricordato come la standing ovation del Bernabeu «non è stata il momento più importante e bello della mia carriera. Davanti ci sono il Mondiale vinto a Berlino e l'Intercontintale vinta a Tokyo». Di quelle notti rimangono i trofei, tangibili e meravigliosi. Di quella notte resta la sensazione lieve ma infinita, che non ha forma, né colore, ma solo un rumore: lo scroscio di un applaudo che cresce, lasciando una scia invisibile nell'animo di Alessandro.