© www.imagephotoagency.itTORINO - Dal Sassuolo al Bayern, il passaggio non sarà violento né traumatico. Alla Juventus sono tutti abituati a guardare al futuro con rinnovato ottimismo, anche se il prossimo avversario fosse il Barcellona ulteriormente rafforzato da Pelè e Maradona dei bei tempi andati, messi insieme. E’ il trend “imposto” da Massimiliano Allegri: non c’è paura, né presunzione, semmai la convinzione di poter dire la propria all’Allianz Arena, la coscienza di essere forti, la consapevolezza del fatto che sarebbe un peccato imperdonabile evitare di mostrare i muscoli contro avversari sì potenti, ma probabilmente ancora inferiori al Barcellona. E siccome il sogno - definito «realizzabile» dal comandante in capo - va tenuto vivo, ecco entrare in scena i senatori bianconeri. Quelli che hanno reso possibile la straordinaria rimonta che in cinque mesi ha rimesso in piedi il campionato di chi lo scudetto rischiava di sfilarselo già in autunno. Carisma, esperienza, classe: valori determinanti in qualsiasi squadra, in qualsiasi disciplina sportiva, in qualsiasi settore. A Vinovo è una caratteristica che non si allena, semmai viene raffinata giorno dopo giorno.
PARLATE PURE - Nella notte del 28 ottobre fu Gigi Buffon a prendere la parola. Concetti limpidissimi, a base di figure di... (quella roba lì) da evitare, orgoglio da ritrovare, responsabilità da prendersi per far sì che la barca non affondasse, con il rischio di eventuali cambiamenti pure a livello di guida tecnica. Perché l’«inaccettabile quattordicesimo posto» di agnelliana memoria era realtà troppo brutta per essere vera e c’era bisogno di un’esplosione di vitalità, culminata nel verbo infuocato del capitano juventino. Non era questione di fare il funerale ai campioni con largo anticipo, piuttosto la certezza che l’andazzo della stagione non poteva avere nulla di naturale: la normalità era altra cosa. Così Buffon lavava il capo suo e dei compagni, ricordando specialmente ai giovani cosa significasse indossare quella casacca dalla storia ultracentenaria. Il cazziatone privato che seguì lo sfogo a microfoni aperti non rimase lettera morta. Patrice Evra rincarò la dose, discorrendo sull’importanza della maglia, sulla mancanza di rispetto della medesima, sulla giustezza di un ritiro breve ma intenso. Nell’approccio al Bayern, ora che mancano soltanto due giorni alla partitissima dell’anno, i “grandi capi” dello spogliatoio juventino riprendono il timone: e se non c’è bisogno di parole, magari basta un incrocio di sguardi, una carezza idealmente dedicata ai compagni durante i pranzi a Vinovo o negli happy hour e le cene organizzate chissà dove, in questi giorni di vigilia, visto che Allegri ha fatto lavorare i suoi sabato e ieri mattina, lasciando totale libertà di pensiero ed azione per pomeriggio e sera.
